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Passato scomodo

L'amicizia di Obama col reverendo che odia i bianchi

A Barack piacevano i sermoni di Jeremiah Wright, vicino al leader della Nation of Islam

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Barack Obama

Quell'amicizia col reverendo che odia i bianchi americani

Chissà se finalmente, alla seconda campagna, verrà fuori fino in fondo la vera storia del passato di Obama, compresa la sua “amicizia” con il reverendo Jeremiah Wright. Qualcuno ricorderà, ma solo se leggeva Libero in Italia e qualche sito o giornale conservatore negli Usa, che il reverendo e la sua chiesa Trinity United Church of Christ di Chicago erano stati per 20 (venti) anni il punto di riferimento ideologico e spirituale del giovane Barack durante la sua scalata prima a senatore dell’Illinois e poi a senatore, per l’Illinois, nel Congresso di Washington. Vi portò la Michelle quando la sposò e ci fece battezzare le sue due figlie. Al tempo era un religioso più fervente di quanto non lo sia ora, Obama, che da quando è alla Casa Bianca non ha mai eletto una chiesa come la “sua” chiesa, e non osserva le messe tutte le domeniche. Allora sì, con Jeremiah. 

Evidentemente gli piacevano i sermoni violentemente anti-bianchi, anti-America, radicali del reverendo, che non a caso era in stretto contatto e sintonia con Farrakhan, leader della Nation of Islam e dichiarato anti-semita. Insomma, Jeremiah era diventato un personaggio scomodissimo per Barack nel momento in cui decise di correre da presidente e doveva rifarsi una immagine di moderato, uno che unisce e non divide, e soprattutto che non applaude alla domenica per le sparate di un tribuno estremista. Non aveva più, Obama, l’esigenza di avere un seguito tra i neri religiosi e protestatari di Chicago, dove di fatto c’è il partito unico Democratico che governa da mezzo secolo e l’essere estremisti antibianchi pagava. Scrollarsi di dosso l’amicizia con Wright era quindi una necessità assoluta. La stampa amica, cioè il 90% dei quotidiani (New York Times in testa) e delle Tv, avevano fatto un lavoro egregio nel non approfondire, nel non scavare, e nel non fare dell’estremismo di Barack un ostacolo alla sua corsa. Quella stessa stampa che aveva inventato, letteralmente, una amante per John McCain, non trovava interessante che Obama avesse frequentato con assiduità un reverendo simile. Però, a un certo punto, c’era il rischio che qualcuno la storia la stesse tirando fuori e allora meglio essere prudenti. Così a Barack venne l’idea di zittire Wright, di fargli sospendere l’attività di comiziante incendiario, almeno fin dopo le elezioni. Come? Con il classico metodo della corruzione in denaro. A raccontarlo, in un libro di prossima uscita (The Amateur”) è Edward Klein, ex giornalista del New York Times Magazine e collaboratore di Vanity Fair. Il New York Post ne ha pubblicati degli stralci, e noi riprendiamo l’intervista dell’autore allo stesso Jeremiah Wright. 

Qualche sparuto giornalista (di FOX e di pochi altri giornali) cominciava ad essere interessato a capire chi fosse e che cosa rappresentasse Wright. “Mi mangiavano vivo”, dice il prete ricordando quando uscì la storia della lunga amicizia “spirituale” con Obama, proprio nel mezzo delle primarie. “Fu allora che ricevetti una email con una offerta di denaro per non fare più prediche fino alle elezioni presidenziali di novembre”. “Chi mandò le email?” chiede Klein. “Uno degli amici più stretti di Barack”. “Fu lui a offrire i soldi?”. “Non direttamente”, spiega Jeremiah.”Mandò l’offerta a un membro della mia chiesa che me la girò”. “Quanto denaro le fu offerto?” “150mila dollari”. 

“Obama le fece mai una richiesta di incontro?”, chiede Klein. “Sì, Barack disse che voleva vedermi in segreto, in un posto sicuro. E io dissi <ma tu eri abituato a venire a casa mia, ci sei venuto innumerevoli volte, che cosa c’è di sbagliato a venire a casa mia”, risponde Jeremiah. “Ci incontrammo, io e lui soli, nella sacrestia della chiesa Trinity. Non so se avesse un registratore, i suoi uomini della security restarono fuori. Una delle prime cose che mi disse fu <vorrei veramente che tu non facessi più alcun pubblico discorso fino a dopo il voto>. Sapeva che avevo già qualche impegno in calendario e disse <davvero vorrei che tu non parlassi, se tu parli la campagna ne avrà un danno”.  Jeremiah non ubbidì, fece le sue prediche, ma Obama evitò il serio battage che temeva perché, come già detto, la stampa amica chiuse non un occhio ma due.

Nel libro viene anche riportata la feroce gelosia di Michelle per Oprah, il mitico personaggio televisivo, molto influente nella comunità nera e non solo, che si schierò per Obama e contro Hillary. Oprah  pagò in termini di audience per i suoi programmi, ma portò più di un milioni di voti a Barack nelle primarie, secondo i calcoli di due economisti della Università del Maryland. Quando Obama vinse Oprah iniziò a svolgere un ruolo di consigliere informale, e ciò fece subito ingelosire Michelle e le altre due donne ufficialmente incaricate di quel compito, Valerie Jarrett e Desiree Rogers. Ma queste rivelazioni sono gossip, di poca sostanza. Il macigno della tentata corruzione del reverendo è, o dovrebbe, essere invece ora di eccezionale gravità per l’immagine di Barack. La stampa dominante è però più intenta a scavare nel bullismo di Mitt Romeny al liceo. Vedremo se 150mila dollari per censurare il padre spirituale ingombrante del presidente la richiameranno al dovere. Tanto più che anche il Drudge Report ha sbattuto le anticipazioni del libro in home page domenica

di Glauco Maggi

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