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Soggetti Smarriti

"Siamo diventati Dik Dik grazie alla raccomandazione del Papa"

Pietruccio Montalbetti racconta una fortunata carriera da musicista, l'amicizia fraterna con Battisti e la nuova passione: scalare le vette più alte del mondo

Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell’Orto nasce a Crema (Cremona) il 5 dicembre 1968, ma è bergamasco di Verdello. Inizia a scrivere a Cremona (Mondo Padano), poi a Bergamo Oggi si specializza in sport e soprattutto calcio, seguendo per cinque stagioni, tutti i giorni, le vicende dell’Atalanta. Professionista dal 1996, lavora alla Gazzetta di Parma e poi è tra i fondatori de il Nuovo Giornale di Bergamo, dove fa il capo servizio dello sport. Nel 1999 sta per pochi mesi al bisettimanale Gazzetta di Lecco, poi va ad Avvenire per gli Europei del 2000 finché ad agosto 2000 viene assunto a tempo indeterminato a Libero, dove sei mesi dopo diventa capo servizio dello sport. Dal 2006 è inviato. Per Libero ha realizzato 100 interviste ritratto di calciatori spariti e negli ultimi 4 anni cura la rubrica Soggetti Smarriti.
Il cima all'Acongaua

Pietruccio Montalbetti durante la scalata della vetta più alta della Cordigliera

Pietruccio Montalbetti, che abbronzatura! Lampada? Perche quello sguardo quasi scandalizzato?

<Sono tornato da poco dalle Ande. Ho scalato l’ Aconcagua, la vetta più alta della Cordigliera, di tutto il continente americano e di tutto l'emisfero meridionale. Seimilanovecentosessantadue metri>.

Urca. Ma è da sempre appassionato di monti?

<E viaggi. Il Sudamerica l’ho girato quasi tutto. Colombia, Venezuela, Ecuador, Perù, Bolivia. Mai nelle grandi città, però, solo tra gli indios per vivere come loro>.

L’esperienza più incredibile?

<Con la tribù degli Aucas, indiani dell'Amazzonia ecuadoriana>.

Raccontiamo.

<Una ventina d’anni fa leggo su un giornale dell’esistenza di questi indios, isolati e fuori dal mondo. Dopo qualche tempo, durante un viaggio, mi ritrovo casualmente a Quito, capitale dell’Ecuador. E decido di andare a cercare gli Aucas>.

Come fa?

<Per tre giorni aspetto qualcuno che sappia aiutarmi. Niente. Poi vedo passare un indios con machete e fucile che va verso la foresta. Lo seguo. Arriva davanti a una capanna. Entro con lui, c’è altra gente. “Dove andate?”. “A prendere contatti con gli Aucas, ogni tre mesi li raggiungiamo per studiare le loro caratteristiche”. “Posso venire?”, chiedo. “Ha il permesso?”. Ricordo di avere un tasca una specie di tesserino da giornalista. Accettano e in cambio di un dollaro al giorno mi portano con loro>.

Viaggio lungo?

<Tre settimane di navigazione in un fiume. Poi l’incontro>.

Primo impatto?

<Emozionante. Un villaggio di 200 persone. E noto subito che tutti hanno una particolarità fisica: sei dita, nelle mani e nei piedi. Un piccolo dito in più dopo il mignolo>.

La loro reazione alla sua presenza?

<Indifferenza.  Come se non fossi lì. Solo i bambini mi cercano, per giocare e divertirsi>.

Quanti giorni sta nel villaggio?

<Tre. Una mattina mi sveglia uno dei tizi che mi ha portato lì. Sta andando a caccia con gli Aucas. Mi aggrego>.

Faticoso?

<Corricchiamo per due ore, io arranco. Ci si ferma. Iniziano a odorare l’aria, annusano. Guardano in su e ascoltano. Poi, con le cerbottane lunghe tre metri, lanciano5 dardi. Silenzio. Pochi secondi e dall’alto, dalla vegetazione, cadono due scimmie tramortite>.

Da mangiare?

<Per loro è un piatto prelibato. E malgrado tutto gli Aucas sono animalisti>.

In che senso?

<Non cacciano più di quello che serve per cibarsi. E sono molto legati alla natura: ho visto una donna allattare il figlio con il seno destro e un cucciolo di leopardo con quello sinistro>.

Pietruccio, all’inizio diceva della scalata al Monte Aconcagua.

<Una fatica indescrivibile. Non lo farò mai più nella vita. Altro che il Kilimangiaro>.

Già, Kilimangiaro che lei ha affrontato nel gennaio del 2011 salendo fino alla vetta: 5895 metri.

<Ma in condizioni differenti. Meno vento, meno pressione. E accompagnato da quattro portatori più una guida>.

E questa volta al Monte Aconcagua? Spieghi.

<Partenza con due soli portatori dal primo campo base a 2200 metri. Tredici ore di cammino, le cui ultime 4 in mezzo a una tempesta di neve. Arrivo al secondo campo base a 4.400 metri. Poi altra tappa fino a 5.200 metri, otto ore di sentieri con una salita spaventosa tra pietre di ogni tipo. Ancora più su fino a 6700 metri, a 200 dalla vetta. Dove, nella notte, siamo travolti da una tempesta di neve, vento a 120 km orari>.

Urca. E che fate?

<Io mi sento affaticato, sono gonfio, ho mal di testa che è uno dei primi sintomi per capire che il fisico è al limite. Dico che mi fermo lì, inutile rischiare: sul Monte Aconcagua muoiono 5 persone l’anno, inutile rischiare. E inizia la ridiscesa>.

Prossima sfida?

<Mi piacerebbe andare in Patagonia. Ma sa, è da una vita che viaggio ed esploro. Mia moglie Picci è incazzata>.

State insieme da molto?

<Da 35 anni. Lei è psicanalista>.

Pietruccio, lei ha scritto un libro per raccontare le sue avventure: “Sognando la California, scalando il Kilimangiaro”.

<E ora sto preparando i racconti di questa ultima esperienza. Anche in tv mi invitano per questo motivo>.

A proposito, in video ha più visibilità per le scalate che per i Dik Dik. La infastidisce?

<E’ normale. Per la musica ci invitano solo quando c’è da fare revival. Io sfrutto i viaggi per mantenere un po’ di visibilità al nostro gruppo. Che comunque è uno dei tre sopravissuti in Italia>.

Gli altri due?

<I Pooh, che fanno finta di essere i Pink Floyd e non lo sono. Bravi però a gestire se stessi>.

Gli altri?

<I “Nomadi” , che sono una bufala. Si presentano come gruppo sociale, ma dopo la morte di Daoglio non lo sono più>.

 Parliamo di tv. Lei la guarda?

<Poco, solo il telegiornale di La7. Il resto del tempo lo passo scrivendo, ho in programma altri otto libri. E portando in giro lo spettacolo “Ritratto di una generazione”>.

Parliamo della sua generazione. Tornando indietro al piccolo Pietruccio.

<Nasco a Milano il 16 aprile 1941. Tempo di guerra, famiglia povera, riusciamo a mangiare grazie al cibo delle Dame di San Vincenzo. Papà Ferruccio è invalido civile, lo scoppio di una bomba al cinema Diana gli ha causato l’amputazione della gamba sinistra. Ma due volte la settimana, in bicicletta, si fa Milano-Cremona per acquistare burro e latte a prezzi ragionevoli>.

Scuole?

<Una beffa. Nel senso che nel ’53 papà mi iscrive a un concorso aziendale, il cui premio è una borsa di studio che permette di seguire corsi professionali. Faccio di tutto per non essere ammesso, ma va male>.

E si trasferisce in collegio.

<A Pavia. Posto rigido e triste, dove imparo cosa sia la pazienza. Ci sto per cinque anni  infernali. Poi torno a Milano e faccio l’operaio, e in quei tempi è una vergogna. Per fortuna ritrovo gli amici storici. Con il primo stipendio compro una chitarra, strimpello e metto su il primo gruppo: “The Dreamers”. Poi diventiamo “Gli Squali”>.

Riuscite a fare un provino per la “Ricordi”. Come mai quello sguardo?

<Una botta di culo. Di gruppi che sperano in un contratto ce ne è un’infinità, bisogna trovare il modo di essere scelti. Così penso a mio fratello Cesare, che lavora all’Arcivescovado di Milano nel reparto “acquisto organi”>.

Raccomandazione?

<Ottengo una lettera firmata dall’allora vescovo di Milano, monsignor Montini, che ci definisce come “buoni parrocchiani”>.

Scusi, Giovanni Battista Montini che nel ’63 diventerà Papa Paolo VI?

<Proprio lui. Dopo qualche mese la Ricordi ci convoca per un’audizione. Arriviamo in anticipo negli studi di Milano e non c’è nessuno. In fondo alla sala, al buio, c’è un tizio che suona il pianoforte, riccioloni neri. Ci salutiamo, parliamo, racconta che è un autore. Ci presentiamo. “Piacere, Lucio Battisti”. E mi fa ascoltare qualche brano>.

Grandi pezzi?

<Canzoni orribili. Ma si capisce che dentro c’è qualcosa di geniale. Qualcosa che uscirà dopo l’incontro con Mogol. Con Lucio diventiamo subito grandi amici>.

Il provino va bene. Vi prendono.

<Ma c’è da cambiare il nome. Io penso a qualcosa che contenga consonanti strane per la nostra lingua, tipo Kontiki o Krakatoa. Sfoglio un vocabolario di inglese, non trovo nulla di interessante. Deluso, lo chiudo. Poi, per sfida, lo riapro a caso e la prima parola che leggo è “Dik dik”, nome di una gazzella africana ti taglia minuta che vive sugli altipiani somali. Resto folgorato, funziona e diventa il nuovo nome del gruppo>.

I Dik Dik registrano “Sognando la California” ed è l’inizio del successo. Partecipate al Cantagiro, fate “Senza luce” che in pochi giorni diventa il brano più ascoltato e venduto in assoluto, poi “Il vento” (1968), Festival di Sanremo, tournèe negli Usa. E’ il boom. Nel 1982, però, vi sciogliete.

<Ma no, è una balla. Totaro e Panno se ne vanno e restiamo noi tre strorici: io, Sbriziolo detto Lollo e Salvaderi detto Pepe. Continuiamo noi nel tempo ed eccoci ancora qui>.

Pietruccio, ultime domande veloci. 1) Un posto del mondo che sogna di vedere?

<Le isole Fiji>.

2) Miglior artista di sempre?

<Freddie Mercury>.

3) Una canzone che avrebbe voluto cantare?

<”Gloria” di Tozzi>.

4)  Una cazzata che non rifarebbe?

<A fine anni ’60 ho vissuto per un anno su un camper, da solo, depresso per essere stato mollato da una fidanzata. Un giorno ho incontrato un tizio che mi ha fatto provare una droga psichedelica, l’LSD. Ho guidato da Milano a Bologna e mi sembrava di pilotare un aereo. Mai più…>.

5) Ha guadagnato molti soldi in carriera?

<Non tanti, perché i Dik Dik sono stati spesso sfruttati>.

6) Rapporto con la religione?

<Non molto sereno, perché in fondo i viaggi che faccio servono anche come auto analisi e per cercare di capire il significato della vista>.

7) Paura della morte?

<Solo della sofferenza>.

8) Rapporto con il sesso?

<Normale. Non sono mai stato un malato di sesso, né ho mai provato esperienze omosessuali>.

9) Ha avuto molte donne? Come mai ride?

<D’estate andavo al mare, a Viserbella con il mio amico Battisti. Eravamo due imbranati, sfigati. Il massimo che abbiamo fatto è passeggiare mano nella mano con due tedesche!>.

Ultima. Pietruccio Montalbetti ha un sogno da realizzare?

<Portare uno spettacolo nelle scuole, in cui poter testimoniare la mia vita e i miei viaggi>.

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