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Complimenti per la trasmissione

Quello che (non) ho
e i giudizi a prescindere

I perchè e i percome del programma di Saviano tra giornalisti

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
fab e bob

“Quello che abbiamo è un pubblico, e non era scontato”. Ha ragione Roberto Saviano, quando commenta l’ultima puntata del programma-evento Quello che (non) ho che ha illuminato la 7, e il sorriso claustrale del suo direttore Paolo Ruffini. Il pubblico non era una cosa scontata. Specie se esci dal successo mostruoso di Vieni via con me della Rai che –per certi versi- t’ha epurato; e specie se le tue performance e la tua stessa filosofia televisiva mancano del diretto avversario, quel Silvio B. che stava ai discorsi legalitari di Saviano come Lex Luthor sta a Superman.
Ora, non staremo necessariamente a fare gl’ideologici e i finti contro-corrente: non diremo che il programma de La7 è “ricattatorio “ per le nostre coscienze; che è noioso (in parte lo è); che è -come scrive Nanni Delbecchi sul Fatto- un tantinello pessimista nel ricordarci le sfighe del mondo (“ricordati che devi morire”) senza darcene soluzione; che ostenta un  Saviano concionante a  beccheggio come sul ponte di una nave che a vederlo ti viene il mal di testa; che si autocita ; o che è una “Bibbia per sinistroidi snob”; o che è presuntuoso nell’impartirci la solita lezione sulla cultura e sull’impegno civile.  Non cadiamo nella trappola delle lobbies dei giornalisti: o con Saviano o contro Saviano, a prescindere. Da un lato il gruppo di Repubblica e della sinistra illuminata che ritiene Saviano quasi un messia qualunque azione si proponga dal parlare della mafia ad accarezzarsi la pelata; e dall’altro Giuliano Ferrara e Libero e il Giornale e qualche cronista finto liberal che comunque ritengono Saviano un nulla in movimento.
Insomma, via. Non si può stroncare, in ogni caso, un programma che imperniandosi soltanto sulle parole –e su grandi personaggi che le pronunciano- finisce col fare il  13,06% di share media con oltre 2,8 milioni di telespettatori (2.816.309), superando i già ottimi risultati delle prime due serate. Non ci sono cavoli:  Quello che (non) ho è un programma che rimarrà negli annali. Poi si può dire tutto. Alcune cose del Barnum d’intelligenze di Fazio sono pallose seppur necessarie (Beslan, la ‘ndrangheta, la Littizzetto volgare), altre sono inutili ma splendidi stralci di passato (le parole “treno” di Paolini o “quaderno” di Scola), altre ancora sono spudoratamente copiate come il monologo di Bob Kennedy recitato da Favino, che a sua volta aveva attinto a Giulio  Scarpati in un vecchio Ndp condotto da Antonello Piroso, e nessuno che si sia scandalizzato. Il format, teatro civile raccontato da vip, è indubitabilmente da applauso, per via della famosa “narrazione” che va tanto di moda. Viva viva. Però, insomma, la prossima volta qualcosina di nuovo sarebbe gradito. Il pubblico, appunto, non è mai scontato…

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Commenti all'articolo

  • dulbecco2

    18 Maggio 2012 - 22:10

    non mi piace .. è superfalso-

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