Cerca

Operazioni chirurgiche

Guerra ad Al Qaeda coi droni
Obama non fa prigionieri

Da aprile il presidente democratico ha usato i velivoli senza pilota per eliminare i vertici terroristi 14 volte in Arabia e 6 in Pakistan

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

washington

I droni Usa, usati dalla Nato in Afghanistan, hanno colpito ancora. La vittima dell’attacco di domenica è un pezzo grosso, il numero 2 di Al Qaeda, Sakhr al-Taifi, noto anche come Mushtaq e Nasim. Aveva il compito di coordinare i ribelli stranieri aderenti alla rete terroristica islamica nei loro attacchi ed attentati nel paese. Sakhr al –Taifi era stato individuato, insieme ad un altro militante pure lui ammazzato dal drone, nella provincia di Kunar, che era dove Osama Bin Laden aveva suggerito ai suoi fedeli di rifugiarsi, secondo le carte trovate nel suo covo vicino ad Islamabad in maggio. L’ex leader raccomandava di lasciare il nord del Pakistan e il sud Waziristan, tradizionali aree di rifugio di al Qaeda, che erano diventate pericolose per le crescenti operazioni aeree di Obama.

Il presidente Usa ha optato, da quando è entrato in carica, per questo strumento di eliminazione diretta dei militanti ultraislamici, che usa senza risparmio. Soltanto da aprile ci sono stati 14 attacchi dei droni in Yemen, contro ribelli locali della affiliata araba di al Qaeda, e 6 in Pakistan. In campagna elettorale Barack promise di porre fine alla “barbara pratica non americana”, come diceva, degli interrogatori duri, con i finti annegamenti, perché erano “tortura”. Giurò anche di chiudere Guantanamo, e in effetti il primo ordine esecutivo che diede fu proprio di eliminare quella galera “entro un anno”. Con queste e altre promesse, per esempio smantellare le commissioni militari per giudicare “i nemici combattenti senza divisa e senza bandiera” (la definizione di Bush per giustificare le detenzioni indefinite e i tribunali militari), si assicurò il voto entusiasta della sinistra degli attivisti (in)civili dell’ ACLU, sempre in guerra contro l’America,  e dei liberal. Naturalmente, 4 anni dopo, Guantanamo è lì, con centinaia di detenuti troppo pericolosi per essere lasciati andare ma senza prove legali per portarli ad un processo. E, a proposito, lo sceicco Kahlid e i suoi soci che organizzarono l’11 settembre sono ora sotto giudizio di una corte militare, viva e vegeta.

Questo, non per dire che Obama faccia male a comportarsi come Bush (anche la pratica delle rendition, i trasferimenti ad altri paesi di sospetti presi dalla Cia di allora, che furono un tema ricorrente nelle polemiche dei democratici, è ancora attuata dalla Cia di Obama ma non se ne parla più), ma solo per evidenziare il suo opportunismo senza scrupoli, che i suoi fans chiamano pragmatismo. E’ sempre sotto gli occhi di tutti, però, che Obama si sta barcamenando in una situazione moralmente più che discutibile. Secondo il New York Times, che dà voce ai critici di sinistra del presidente, l’Obama severo contro la tortura quando era all’opposizione è lo stesso Obama che decide personalmente i nomi da mettere nella lista dei sospetti di terrorismo, anche se donne e teenager, assassinabili con i droni se e quando vengono individuati. E la Cia deve ottenere l’ok diretto di Obama a sganciare le bombe se ci sono possibilità di vittime collaterali nell’attacco. Il presidente che puntava il dito accusatore contro Bush che consentiva pratiche forti per ottenere notizie che avrebbero salvato chissà quante vite innocenti in futuro (e permesso di beccare Osama), è lo stesso presidente che preme il dito sul grilletto dei droni contro esseri umani senza processarli, giustiziandoli da lontano. E siccome l’idea di catturarli vivi è ormai “teorica”, accusa il liberal New York Times,  ciò significa che la Cia prosciuga le possibili fonti di informazioni decisive per smantellare davvero il quadro dirigente di Al Qaeda. “Questo è il solo gioco possibile”, dicono alla Casa Bianca, ma è anche diventato uno strumento di coesione e reclutamento di nuovi militanti. “Quando il drone colpisce non vede i bambini”, ha detto al processo Faisal Shahzad, il fallito attentatore a Times Square nel 2010, per giustificare la sua azione terroristica.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

blog