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Congressi del Carroccio

Lega, si vota in Lombardia e Veneto: ecco chi sono i candidati

Sabato di congressi: a Bergamo Salvini contro Monti, a Padova Tosi contro Bitonci. Sfide tra maroniani e bossiani, ma non solo...

Matteo Pandini

Matteo Pandini

Nato a Lecco ma cresciuto a Bergamo, ho lavorato anche per il Giorno, E Polis e altri quotidiani e agenzie varie. Vivo tra Milano e le Orobie. A Libero mi occupo prevalentemente di politica, in particolare di Lega Nord e argomenti simili. Mi vanto di lavorare con Alessandro Giorgiutti e con il grafico Ciro Iafelice. Sono interista-integralista. Stimo moltissimo anche i colleghi del sito Claudio Brigliadori e Andrea Tempestini, sotto la cui dettatura sto scrivendo il mio curriculum per la quinta volta (prima non gli andava bene perché non li avevo citati). Ora posso riavere la mia merendina?
Flavio Tosi

 

Venerdì 1 giugno, a Bergamo, è cominciato il congresso della Lega Lombarda, che il giorno dopo sceglierà il successore di Giancarlo Giorgetti tra Cesarino Monti e Matteo Salvini. Sabato 2 e domenica 3, invece, sarà la volta della Liga Veneta. A Padova, Massimo Bitonci e Flavio Tosi si contenderanno l'eredità di Gian Paolo Gobbo. Ecco chi sono i candidati, in rigoroso ordine alfabetico.

LEGA LOMBARDA:

 

Cesarino Monti - Il pronostico lo dà perdente, ma Cesarino Monti non è tipo che si fa impressionare. Nel luglio del 2009, quando era semplicemente il sindaco di Lazzate, paese di 7.600 mila anime nel cuore della Lombardia, riempì le prime pagine di tutti i giornali: per assumere una dipendente aveva deciso di dare tre punti in più per i residenti nel suo Comune. Il prefetto di Milano, Sorge, gli mandò una diffida e gli chiese di licenziare la signora che era stata assunta grazie al "concorso padano". Il 29 luglio 2009 la Padania titolò: Roma ha paura di Lazzate. Catenaccio: diecimila padani al fianco di Monti. Certo, fanno notare i suoi avversari: essere omonimi dell’attuale premier non è un bel biglietto da visita per chi punta alla Lega Lombarda. Il buon Cesarino, bossiano di ferro, fa spallucce. Dopo la faccenda del concorso padano s’era guadagnato a furor di popolo uno scranno a Roma. E’ sceso in campo contro Salvini all’ultimo minuto: "Non sono stato convinto da nessuno, nemmeno da Umberto Bossi, quando è venuto a trovarmi: sono sceso in campo perché non voglio una Lega divisa". Da mesi sta lottando con coraggio e dignità contro una malattia: da grande amante delle nuove tecnologie l’aveva fatto sapere lui stesso ai militanti con un post su Facebook. Attualmente è ancora sindaco di Lazzate e senatore. Non è un animale televisivo come Salvini, ma anche a Palazzo Madama gode di un buon seguito tra i parlamentari. E’ presidente della Co.Nord, la confederazione dei Comuni e delle Province del Nord targate Lega. Nato a Saronno, classe 1947, ha diffuso un documento programmatico in cui giura di voler azzerare le divisioni tra leghisti, ma ricorda che "non potevo esimermi dall’offrirmi di rappresentare tutti coloro i quali oggi stanno soffrendo quando vedono a rischio la storia della Lega, quando rimangono spiazzati a non vedere più la Lega che persegue con forza l’art.1 del proprio Statuto, l’Indipendenza della Padania, una Lega che rischia di prendere strade troppo moderate, troppo “democristiane”, troppo non-leghiste". Un duro e puro, insomma. Uno stimato amministratore. Un bossiano di ferro. Basterà, per convincere i delegati della Lega Lombarda e far vacillare Matteo Salvini?

Matteo Salvini - Fino all’ultimo è stato testa a testa con un altro maroniano come Giacomo Stucchi, ma alla fine l’ha spuntata lui. Matteo Salvini, milanese, classe 1973, milanista sfegatato e leghista da una vita, sogna la Lega Lombarda e ha preferito la corsa al ruolo di Giancarlo Giorgetti, anziché accettare l’offerta dell’ex ministro dell’Interno, che nella prospettiva di diventare il nuovo capo pensava di affidargli un posto da vicesegretario federale. Ma Salvini è così: sognava un ruolo operativo. A stretto contatto col territorio. Per anni ha retto da solo il Carroccio a Palazzo Marino, quando i consensi per i padani erano di una pochezza imbarazzante. E’ amatissimo dalla base. Qualcuno l’ha soprannominato “Pierino” perché, da bravo discolo, non si ferma davanti a nulla e qualche volta gli tirano le orecchie. Maroni lo stima. Di lui, Umberto Bossi ha anche detto che "parla troppo". Tanto che alla vigilia delle ultime amministrative a Milano, quando Salvini era in pole per fare il vice della Moratti in caso di vittoria del centrodestra, il Senatur lo gelò: "Non penso proprio". Qualcuno scrisse che si stava scaldando Rosi Mauro, recentemente espulsa. L’interessato fece spallucce: "Continuo a lavorare per il bene della Lega". I critici ricordano alcune sue gaffe, dai cori da stadio anti-Napoli registrati da un telefonino a Pontida, fino all’idea di vagoni della metro per soli milanesi. Riccardo De Corato l’aveva sfidato: vediamo chi prenderà più voti tra me e lui alle Amministrative. Ne prese di più Salvini. Dopo l’affermazione di Giuliano Pisapia, s’è intensificata la sua presenza in tv. Ormai celebre la sua telefonata in diretta a Luca Zaia, ad aprile, per rispondere in tempo reale alle critiche di un imprenditore veneto durante PiazzaPulita (La7). Quel suo essere sempre presente statena qualche invidia che potrebbe erodergli dei consensi in vista del voto di oggi contro il bossiano Cesarino Monti. Salvini è considerato più maroniano di Maroni, è attivissimo sui social network, è europarlamentare e ha fatto riavvicinare alla Lega gente come Marco Formentini, l’ex sindaco di Milano che ha confessato di stravedere per lui. In vista del voto di sabato, i pronostici dicono Salvini. Il Pierino leghista coronerà davvero il suo sogno?

 

LIGA VENETA


Massimo Bitonci - Si è candidato all’ultimo, quando tutti davano per scontato che il rivale di Flavio Tosi sarebbe stato il trevigiano Toni Da Re. Il deputato Massimo Bitonci (Padova, 24 giugno 1965), da sindaco di Cittadella aprì la stagione delle ordinanze leghiste sulla sicurezza. Al congresso della Liga è il nome più forte tra quelli in grado di sfidare il primo cittadino scaligero. Una volta sciolta la riserva, aveva fatto sapere di non volersi candidare in contrapposizione a Roberto Maroni, ma perché lo chiedevano i militanti. Di più. Recentemente, ha giurato di "non aver mai fatto parte di cerchi magici", auspicando di "sanare le fratture che dividono la Lega". Su Bitonci possono confluire i consensi dei bossiani puri e duri (come il leader uscente della Liga, Gianpaolo Gobbo) e dei maroniani che non sopportano il prezzemolino Tosi. Negli ultimi giorni il clima elettorale s’è fatto più incandescente, e Bitonci ha criticato la scelta di Bobo di partecipare a una cena in provincia di Treviso insieme al suo rivale. I più accaniti sostenitori dell’ex ministro gli hanno subito rinfacciato, un’era politica fa, di aver mollato la Lega di Bossi per seguire il dissidente Fabrizio Comencini, salvo poi rientrare all’ovile. Bitonci batte il tasto del venetismo e scalda i Serenissimi ricordando che "il Veneto vale la Lombardia": d’altronde è da una vita che da Venezia criticano l’eccessivo peso di Varese e Milano all’interno del Carroccio. Ora lo scenario è cambiato, e l’ex sindaco di Cittadella continua a ripetere: "Sono in grado di garantire una maggiore autonomia e libertà della Liga Veneta, in una confederazione delle Leghe che è sinonimo di unità e rinnovamento. Mi spiace che per una semplice competizione elettorale si debbano etichettare i candidati dividendoli in bossiani e maroniani quando il sottoscritto non ha mai fatto parte di cerchi magici, non ha interessi di parte mentre alcuni che ora si definiscono maroniani erano tra i più accaniti sostenitori di Bossi. Ricordiamoci che siamo tutti leghisti". Grazie a Bitonci, la sfida veneta diventa più incerta di quello che sembrava fino a poche settimane fa. Il padovano crede di potersela giocare alla pari, i tosiani si sentono una larga vittoria in tasca. Sabato iniziano le danze, domenica il voto decisivo.

Flavio Tosi - L’hanno ribattezzato sindaco superstar. Flavio Tosi (Porto di Legnago, 18 giugno 1969) ha stravinto le ultime comunali di Verona. La sua lista personale, che fino all’ultimo Umberto Bossi e il Cerchio magico avevano guardato con sospetto (eufemismo) ha incassato quasi il 40%. Il Cavaliere in persona l’aveva definito un sindaco "rozzo ma efficace". Il Senatur, cinque anni fa, aveva insistito con l’amico Silvio proprio per scegliere Tosi come candidato del centrodestra. Però, su di lui, il leader della Lega ha alternato giudizi entusiastici a commenti negativi. "E’ uno stronzo", aveva sibilato da Roma quando venne a sapere dell’ultimo giudizio (critico) che il veronese aveva rovesciato contro il governo, quando c’era ancora Berlusconi a Palazzo Chigi. Tosi è un animale televisivo, come e più di Salvini. Una iper-esposizione mediatica che gli crea, all’interno della Lega, parecchie antipatie. In Veneto i padani non si dividono semplicemente in maroniani e bossiani. Tra i Serenissimi le categorie sono più complicate, ma non è un errore sostenere che tra chi guarda all’ex ministro dell’Interno ci sono due sotto-categorie. I tosiani e gli anti-tosiani. Una realtà che non gli ha impedito di raccogliere, in un amen, un malloppo di firme per sostenere la sua candidatura. Se la dovrà vedere con Massimo Bitonci, il nome più pesante che i rivali potessero schierargli contro. La corsa di Tosi è stata benedetta da Maroni in persona: l’altra sera hanno organizzato un appuntamento nel trevigiano aspettandosi circa 300 militanti. Ne sono arrivati quasi il triplo, tra cui il sindaco-Sceriffo Giancarlo Gentilini. Da tempo, il sindaco di Verona lavorava per ottenere la poltrona di Gianpaolo Gobbo, trevigiano e cerchista doc. I suoi critici gli rinfacciano una certa freddezza verso le idee secessioniste o il feeling con Napolitano. Lui tira dritto, e anche recentemente ha scatenato l’indignazione del Cerchio magico per aver criticato frontalmente Bossi, per la faccenda della presunta paghetta ai figli coi soldi del partito. "Al congresso ci sarà una sfida tra cambiamento e continuità - ha fatto sapere Tosi -. Da un lato c'è chi ha sempre dimostrato di non subire passivamente certe decisioni interne al partito e dall'altro c'è chi ha fatto diversamente".

 

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