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Barack e il medioriente

Obama troppo debole sui massacri in Siria
Ma così fa il gioco dell'Iran

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Barack Obama

Continuano i massacri in Siria, con l’ultimo bollettino di un gruppo di attivisti dei diritti umani che parla di 86 morti. Hillary Clinton, che nel 2010 aveva definito Bashar Assad “un riformatore”, ha tenuto ieri un meeting in Turchia con alcuni suoi colleghi ministri degli esteri ed emissari della UE, della Turchia, della Nato e di alcuni paesi dello stesso mondo arabo per articolare un piano di intervento. Non militare, ma diplomatico. Non verso Damasco, ma verso Mosca e Pechino. Perché a questo punto si è arrivati. Che l’Onu ha mandato un impresentabile Kofi Annan a fare da “mediatore”, con il penoso risultato di farsi prendere in giro da Assad, che nulla ha concesso della sua libertà di reprimere con il sangue. E che russi e cinesi hanno detto senza mezzi termini che non approveranno alcuna iniziativa internazionale tesa a spingere il dittatore siriano a mollare il potere, dando il via ad un cambio di regime verso un governo meno anti-occidentale e meno filo-iraniano, e soprattutto più rispettoso dei diritti umani. 

Lo sforzo organizzativo-colloquiale di Hillary, anche dopo che Obama aveva proclamato “l’era di Assad è finita, se ne deve andare” è patetico in concreto, ma risponde alla strategia americana per questo 2012: fare ammoina e tirare a campare su tutte le questioni delicate che possono comportare un impegno della forza americana, politicamente pericoloso per la campagna di Barack. Escluse le azioni dei droni in Yemen, Afghanistan e Pakistan, che ammazzano leader, non leader e civili (ma lui può farlo perché non è Bush, che “torturava”) e permettono a Obama di passare per duro, magari sperando anche di pescare il jolly di Al Zawahiri (il successore di Osama) prima di novembre, su tutte le altre partite strategiche della politica estera americana c’è la consegna di temporeggiare. 

Con l’Iran, ci sono state riunioni “ad alto livello” anche recenti, l’ultima a Teheran, che come risultato ha prodotto un nuovo appuntamento per una riunione a Mosca. A quel punto sarà estate piena e con un altro aggiornamento per un successivo meeting si raggiungerà la meta di novembre, di fatto dando tempo al regime di progredire nei suoi preparativi verso il traguardo della bomba nucleare. Sul conflitto tra Israele-Palestina, la sola preoccupazione di Obama sarà nei prossimi mesi di tenere comizi per raccogliere fondi e voti presso le associazioni Usa di ebrei, e separatamente di palestinesi, promettendo ai due campi di essere con loro, Giano bifronte, esattamente come fece nel 2008. 

A differenza di Bush, che nel 2004 seppe confermarsi presidente anche facendo scelte rischiose e impopolari in Iraq, perché riuscì a far passare il messaggio che “stava tenendo sicura l’America”, Obama non punta sull’immagine di leader nelle questioni internazionali, anche se pesano gravemente sul futuro degli Stati Uniti. Sa che è l’economia, quest’anno, a dominare l’interesse degli elettori, e ha scelto la strategia della lotta di classe contro i ricchi. Così sbaglia due volte. Intanto perché ciò che ha combinato di deleterio tra debito, deficit, disoccupazione, Obamacare è  sotto gli occhi di tutti (e il Wisconsin ha dato un forte segnale pro GOP). E poi perché un presidente che latita e non fa il leader politico su partite internazionali decisive non può nascondersi solo dietro lo scalpo di Osama. Lasciare Assad in carica (dopo aver agito in Libia, sia pure da dietro, in una situazione che era molto meno sanguinosa in termini di repressione popolare di quella attuale siriana) mina la posizione strategica Usa in Medio Oriente, e proprio a vantaggio dell’Iran “nucleare”. 

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