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Verso le elezioni

L'analisi del Palazzo Usa: tra marpioni e puristi

I calcoli di Politico.com sul "rigiro" delle sedie parlamentari

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Il congresso Usa

Tanta esperienza maturata in anni di mandato o idee nuove? Baroni del seggio o matricole? Marpioni della trattativa bipartisan o puristi che non conoscono la parola “compromesso”? Quanti ce ne sono, dell’uno o dell’altro tipo, nel Palazzo della politica Usa? Ma, soprattutto, è meglio averne di più della prima o della seconda specie al fine del governo del paese? Nel parlamento americano c’è uno dei due rami dove la risposta alla prima domanda viene ogni due anni a novembre, perché tutti i 435 seggi dei deputati della House of Representatives, la Camera bassa, vengono rimessi in palio contemporaneamente alla elezione del presidente, o durante le consultazioni di “medio termine”. Nel 2010, si ricorderà, l’esercito degli ultimi arrivati fu particolarmente numeroso: 101 deputati novizi, di cui 5 in speciali elezioni e 96 nel mid term,  87 Repubblicani e nove Democratici, soprattutto in virtù dell’ondata di candidati del Tea Party che subentrarono ai democratici in molti distretti, e infatti diedero la maggioranza della Camera al GOP. Il Congresso prossimo venturo, che entrerà in funzione il primo gennaio del 2013 sulla base del voto del 6 novembre (sarà il 113esimo della storia americana), potrebbe anche superare l’alta cifra di due anni fa in termini numerici: ben 25 deputati hanno detto che andranno in pensione, una dozzina ha annunciato che correrà per altri incarichi, 19 seggi sono aperti a causa delle riscrittura dei distretti dovuta alle variazioni, rilevate dal censimento del 2010, del numero degli abitanti per i diversi Stati. E poi ci sarà la legione dei perdenti, ossia di quelli che verranno sostituiti da altri aspiranti politici. 

Il giornale online Politico.com ha calcolato che, se si tiene anche conto degli 11 senatori che hanno annunciato di non volersi ripresentare (in tutto sono 33 i posti in lizza nel 2012 sui 100 seggi del Senato, perché il mandato dei senatori dura sei anni e ogni due anni viene quindi rinnovato un terzo dei parlamentari della Camera alta), il rigiro di sedie complessivo dei parlamentari potrebbe superare la quota di 155. Sarebbe un livello non lontanissimo dal record del 1933: quando Franklyn Delano Roosevelt fu eletto per la prima volta, infatti, con lui ci furono 158 deputati e 15 senatori esordienti.  Un altro Congresso ampiamente rinnovato fu quello alla metà degli Anni Settanta, dopo lo scandalo Watergate, quando i “freshmen” furono 92. 

Come valutare, per rispondere invece alla seconda domanda, una eventuale trasfusione di tanto sangue novello nelle vene dell’istituzione che ha il potere di fare leggi e di disporre spese o tagli al bilancio? Le forze fresche, per loro natura, portano l’entusiasmo dei neofiti, ma anche l’inesperienza tecnica, e il rigore ideologico partigiano, che hanno un ovvio peso nell’attività dei legislatori. A giudicare dalla credibilità del Congresso che emerge dai sondaggi sulla popolarità di questa istituzione, gli americani la bocciano senza pietà: il 70% che disapprovava il lavoro del parlamento all’insediamento di Obama è salito oggi al 77%, e la quota di chi lo apprezzava è scesa dal 21% al 16%. Se si considera il voto della gente separatamente tra i due partiti in base a come si comportano in Congresso, i Repubblicani sono approvati un po’ di più dei democratici, il 44,7% contro il 43,8%, ma è una differenza minima che non fa che rispecchiare in generale la polarizzazione che si è accentuata negli ultimi decenni nella politica Usa. L’opinione pubblica “condanna” in toto il Congresso perché non legifera in modo efficace, e il risultato è la somma delle critiche, da destra e da sinistra, da parte di chi non vede soddisfatte le proprie aspettative.  Da due anni a questa parte, con il Senato in mano ai democratici e la Camera al GOP, l’attività legislativa in termini di produzione di leggi, ossia di intese accettate dalle due parti (e poi firmate da Obama) si è ridotta agli atti dovuti: come nel caso della legge dell’estate scorsa che doveva alzare a ogni costo il tetto del debito e che mostrò la radicale distanza che divide i rappresentanti dei due partiti. Ma tra il gennaio 2009 e il gennaio 2011 Obama era alla Casa Bianca e i democratici hanno controllato sia la Camera sia il Senato: hanno potuto così far passare il superstimolo da quasi 1000 miliardi, ObamaCare e la riforma finanziaria. Se il giudizio sul Congresso è peggiorato di 12-14 punti dalle leggi volute da Obama e dal suo partito ad adesso vuol dire che sono state però “vittorie di Pirro”, respinte da una grande maggioranza degli americani, quindi anche da molti democratici e indipendenti. 

Glauco Maggi

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