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così sia

Se un giorno, prendendo l'autobus...

Un incontro quotidiano, di quelli che possono capire tutti i giorni, la storia di un dolore, ci fa sentire una Presenza

Caterina  Maniaci

Caterina Maniaci

Caterina Maniaci, nata a Padova, ma da anni in giro per l'Italia, da Padova a Roma, da Milano e di nuovo a Roma. Giornalista da almeno vent'anni, con una particolare attenzione per i temi religiosi, per Libero segue il Vaticano. Ama particolarmente la poesia e la pittura e ha deciso, nel suo piccolo, di "promuovere" la storia e la cultura di popoli emarginati e penalizzati dalla Storia, come gli armeni e gli etiopi.
Se un giorno, prendendo l'autobus...

 

Non parliamo oggi di una notizia o di un libro o di un incontro. Anzi, no. In effetti un incontro c’è stato. Un incontro di quelli “minimi” ma che possono, improvvisamente, rovesciare la prospettiva, squarciare il velo pesante della quotidianità. Lo vogliamo raccontare, immaginando che centinaia di altri incontri simili costellano le esistenze di tutti, ma quasi nessuno ha voglia o cuore aperto per accorgersene.

 

Il pomeriggio è infuocato. Appena arriva l’autobus tutti vanno all’assalto, cercando di accaparrarsi un posto il più fresco possibile. Arsura, caldo, sudore, cupo risentimento verso tutto e tutti. Finalmente si parte, sulla strada il cui asfalto si scioglie. Dopo un paio di fermate sale una donna, anziana, i capelli bianchi trattenuti da un cerchiello nero. Chiede con tono allegro: <Potrei sedermi qui accanto?>. Le facciamo posto, domandandoci perché sia tanto briosa. Cosa c’è da essere briosi in una giornata del genere? La signora comincia a parlare, illuminandosi nel guardare dal finestrino: <Oh ecco il Vittoriano! Sa che non ci sono mai stata? Eppure sono nata a Roma…Ma succede sempre così, pensi: eh ci andrò, ho tutta la vita per andarci…E poi, da ragazza, i miei non mi facevano mai uscire, allora credevo che mi sarei rifatta crescendo. I giorni passano, gli anni passano, invecchi e il Vittoriano è sempre lì e tu ci continui a passare davanti e pensi: ma sì, un giorno di questi mi fermo e ci entro>. Il bus sbanda, arranca, tutti sbuffano, si lamentano, si asciugano il sudore, l’aria condizionata funziona ma sembra non esistere, tanto fa caldo. La voce accanto si fa più decisa, più confidente: <Sono stata fortunata, oggi. Eh sì, trovare un posto, perché io devo andare fin al capolinea, è un viaggio>. Dove deve arrivare, chiediamo, certi che la signora ha come un groppo in gola, vuole parlare, deve farlo. <Vado all’ospedale…Vado a torvare mio figlio>. Un figlio spezzato, distrutto da qualcuno di un “brutto giro”. Picchiato, drogato, ridotto a quasi un vegetale. Ma non per la madre. <Sapesse, il viso gli è rimasto bello, bello come un tempo. Lo vesto, lo pettino e mi sembra che sia sempre quello di un tempo, il mio ragazzo>. Ma guarirà, chiediamo, e a questo punto il groppo in gola è venuto a noi. <No, dicono i medici che rimarrà così, a vita. Io prego, so che Dio non mi abbandona, ma a volte Gli chiedo: perché a me, Signore?>. Perché? E’ l’eterna domanda. <Mah, che vuole, gli errori si pagano. Lui non doveva frequentare certa gente. E’ andata così. Non lo posso lasciare. E il mio ragazzo, sarà sempre il mio ragazzo>. Dobbiamo scendere, la salutiamo. E avremmo voluto dire tante cose, o forse nessuna, soltanto stringerle la mano. Poi ci viene in mente che in quel volto segnato, in quello sguardo ancora luminoso, ecco, c’era proprio il volto di Dio.

 

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Commenti all'articolo

  • perfido

    11 Luglio 2012 - 15:03

    solo la mamma, e nessun altro/a, ti dice di lavarti la faccia, perchè tu possa apparire più bello/a di lei. Dire ad un figlio, è morta tua madre; non è la stessa cosa, dire ad una madre " è morto tuo figlio/a ". Noi figli, non saremmo mai in grado, di restituire il bene che, la mamma, ci ha voluto, per tutta la vita. Saluti.

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