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Faccia a faccia

L'impietoso confronto
tra Regan e Obama

Le due ricette economico-politiche messe a confronto dal "Wall Street Journal": come uscire dalla recessione e come non riuscirci

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Ronald Regan

 

Il paragone dei risultati della ricetta economico-politica seguita da Reagan nel 1982-1985 con quelli della guida obamiana nel 2009-2012 è impietoso con il presidente democratico. I dati, riportati oggi dal Wall Street Journal, sono del Comitato Congiunto del Congresso, quindi inoppugnabili, e si riferiscono ai 12 trimestri successivi all’uscita dalle rispettive recessioni, molto gravi, che entrambi i presidenti hanno ereditato quando sono entrati in carica. Di norma, dopo una fase economica di depressione pesante, la reazione dell’economia è di una crescita di rimbalzo assai sostenuta, perchè il sistema Usa ha "fame" e vuole recuperare quanto perduto il più presto possibile. 

Ma, ovviamente, le diverse politiche seguite dal governo al potere contano nel favorire od ostacolare il trend naturale. Così, il liberista Reagan era stato protagonista di una espansione del Prodotto Interno Lordo (Pil) del 18,5% nei tre anni a partire dal quarto trimestre del 1982, mentre il keynesiano Obama, da quando il Paese è fuori dall’ultima recessione, cioè dal terzo trimestre del 2009, e fino al secondo trimestre del 2012, ha realizzato una crescita del 6,7%, pari a circa un terzo di quella reaganiana. E se si confrontano le due espansioni nel loro dodicesimo trimestre, contro il solido 6,4% di Ronald del terzo trimestre del 1985 troviamo l’attuale 1,5% di Barack, che è il dato comunicato un paio di giorni fa dal suo governo relativamente al trimestre aprile-maggio-giugno 2012. 

Anche se si prende come paragone la media degli incrementi del Pil nei 3 anni successivi a tutte le recessioni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, che è stata pari al 15,2%, il misero 6,7% di Obama fa una pessima figura. Si capisce perchè gli americani non hanno dubbi sul fatto che l’economia sia ora il primo problema da risolvere, e perchè non si fidano di lui. 

Per il 49% (sondaggio Rasmussen di oggi) giudicano Romney più capace di maneggiare l’economia rispetto a Obama (43%). E, significativamente, è lo stesso vantaggio che gode, tra i probabili votanti, il repubblicano nella corsa alla presidenza: il 49% è con lui contro il 44% di Obama. La bocciatura del democratico per come non sa aggiustare l’economia (i disoccupati sono oltre l’8%, più del 7,7% di quando arrivò alla Casa Bianca nel gennaio 2009) si accompagna al giudizio sulla sua ideologia di sinistra, vista come troppo radicale. Il 70% lo definisce politicamente "liberal", contro il 67% che pensa che Romney sia "conservatore". Ma mentre il 43% vede Barack come "molto liberal", soltanto il 24% giudica Mitt "molto conservatore". Di riflesso, contro il 62% che piazza Romney nel gruppo dei "moderati o timidamente conservatori", soltanto il 25% mette Obama in quel gruppo. 

E’ un brutto responso per il presidente in carica, poichè gli indipendenti e i moderati pesano per circa il 40% degli elettori, rispetto al 20% dei liberal e al 40% dei conservatori. Le lezioni le decidono i pragmatici non schierati, che per la loro natura diffidano dei candidati troppo ideologizzati. E il loro metro di misura sono i risultati concreti, soprattutto economici. Ecco perché tutta la campagna elettorale di Barack è impostata nell’attacco all’avversario e nella "lotta di classe", e non sui risultati raggiunti nel raddrizzare i conti del paese e nel migliorare l’espansione dell’economia e il lavoro e il benessere degli americani: non ha niente di cui vantarsi, anzi può solo vergognarsi. 
 
di Glauco Maggi

 

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