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Bianchi e neri

Obama sfrutta la "guerra di razza"
per guadagnare voti e consensi

Ma la storia dice che i Repubblicani hanno fatto di più per l'uguaglianza: per i democratici il "senso di colpa" è un capitale politico troppo importante

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Barack Obama

L’aprile scorso un sondaggio del National Journal e della Università di Phoenix sui rapporti tra le razze in America ha rilevato che per il 33% sono migliorati, per il 42% sono sempre gli stessi, e per il 23% sono addirittura peggiorati. Naturalmente, l’occasione era un bilancio del quadriennio del primo presidente nero: il risultato appare deludente, ma va fatta la tara politica, perché a pochi mesi dal voto si sa che la sinistra grida al lupo del razzismo per calcolo politico. Appena prima delle elezioni del 2008 il 56% degli americani aveva infatti detto, in un sondaggio Gallup, che le relazioni sarebbero migliorate in caso di vittoria di Obama, e la percentuale era salita al 70% il giorno dopo la sua affermazione, con soltanto il 10% che aveva previsto un peggioramento. Dove va, insomma, l’America delle razze, e dei rapporti reciproci tra le etnie? E a che punto è il “padrinato” politico sulle minoranze? I censimenti registrano la costante crescita, nella popolazione reale, delle percentuali di ispanici e di asiatici, i quali ultimi si sono affermati come il gruppo che è cresciuto di più in percentuale nell’ultimo biennio. E sono anche spuntati, e appaiono come una realtà in crescita, candidati neri o ispanici nelle file del GOP: nel 2010 sono stati eletti governatori ispanici e indiani-americani in New Mexico, Sud Carolina e Nevada, e due deputati neri in Sud Carolina e Florida. Sono tutti segni di evoluzione della società Usa, di erosione nello strapotere Democratico della rappresentanza dei “diversi”, e di tramonto del tabù razzistico tra la gente normale. Ma non tutti accettano la nuova tendenza. 

“Non ho mai abbracciato la tesi secondo cui, eleggendo me, in qualche maniera noi stavamo entrando in un periodo post razziale”. E’ questa la risposta che recentemente ha dato Obama alla domanda, postagli dal periodico liberal Rolling Stone, se le relazioni tra le razze in America erano differenti da quando lui è entrato alla Casa Bianca. Come dire, per il presidente, che il razzismo è ancora qui, e lotta insieme a noi. Per i Democratici, tenere acceso il cero della discriminazione di razza verso le minoranze dei neri e degli ispanici è un perno fondamentale nella loro strategia di cattura e di conservazione dei loro voti. Quindi, chi aveva creduto che l’elezione di Barack Obama sarebbe stata un momento importante della emancipazione dei neri, e, cosa ancora più importante, la prova che la maggioranza della gente non aveva problemi, all’alba del 2008, ad affidare ad un (mezzo) afro-americano il governo del Paese, aveva sbagliato tutto perché era caduto in una illusione. Quella che l’eleggere alla carica più alta il rappresentante di un gruppo razziale che pesa per il 12% della popolazione valesse la cancellazione del senso di colpa dei bianchi per avere avuto lo schiavismo prima, e la discriminazione poi, fino alla legge degli Anni Sessanta per i diritti civili. Questo “senso di colpa” è un capitale politico di cui i Democratici non intendono disfarsi, dopo essersene impossessati a dispetto della storia. 

Fu Abramo Lincoln, presidente Repubblicano, a guidare la lotta contro la schiavitù e a pagare con la vita. E furono, in percentuale, più parlamentari del Gop che Democratici a far passare in Congresso la legge bipartisan anti-discriminazione per cui si battè, e fu ucciso, Martin Luther King. Le Pantere Nere e i liberal di ultrasinistra furono però eccellenti nel creare in quegli anni un movimento ostile all’integrazione, e il conseguente separatismo dai toni razzisti anti-bianchi e socialmente rivoluzionari, che sono stati  il fertile terreno per due fenomeni: la nascita dei ghetti urbani abitati dai neri “vittime” della nuova forma di auto-discriminazione predicata dai leader “rivoluzionari”, e l’adozione politica sotto le loro ali, da parte della sinistra e dei Democratici, dell’intero corpo sociale afro-americano. Quello che l’ideologia distorta aveva acceso come una scintilla in quella comunità, l’”orgoglio incazzato dei neri contro i bianchi ”, si è ben presto trasformato nella corruzione del welfare. Chi ha visto il film “Precious”, la ragazza obesa della Harlem del 1987, ha un’idea precisa dei guasti di una “cultura” basata sulla dipendenza, e sul cinismo dei politici Democratici che la alimentano. Sì, Democratici. Non a caso a Chicago, Detroit e ad Harlem (New York) di fatto esiste da decenni il partito unico, con sempre e solo sindaci e deputati del partito di Obama. Il quale quella scuola ha fatto quando era attivista di quartiere prima di diventare senatore nella città di Chicago. Dunque non fa scalpore che oggi, quattro anni dopo che è alla Casa Bianca, Barack si tenga ancora ben stretta la guerra della razza, anche affiancandola quella di classe contro i business. Del resto, da dove venga Obama lo aveva scritto lui stesso nel suo libro di memorie: raccontando del primo e unico impiego nel settore privato che ebbe in vita sua dopo la laurea (il legale in una società commerciale)  disse “andavo al lavoro al mattino ed era come essere al di là della linea del nemico”. Con i businessmen e con i bianchi non si deve far mai la pace, non conviene.

di Glauco Maggi

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