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Il leader anti-comunista

Il premio Nobel Walesa sta con Romney,
ma nessuno lo dice...

In un mondo normale se ne parlerebbe, ma negli Usa di Obama preferiscono non farlo

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Lech Walesa

“Romney parla di valori, e io sono molto felice di questo”. Parola di Lech Walesa, il leggendario oppositore della dittatura comunista nel suo Paese, che con il movimento di lavoratori Solidarnosc fu il principale protagonista, assieme al “papa polacco” Wojtila, del rovesciamento del comunismo a Varsavia, e da lì poi in tutto l’Est Europeo. In un mondo mediaticamente normale l’appoggio esplicito di un Premio Nobel per la Pace (Walesa l’ha avuto nel 1983, dopo aver vinto la sua battaglia anticomunista) ad un candidato alla presidenza americana che cerca di rovesciare il popolarissimo (all’estero) Barack Obama, dovrebbe dominare i titoli e i commenti sul tour del repubblicano. Peraltro, dello stesso Obama, quando divenne suo “collega” vincitore di Nobel della Pace nel 2009, Walesa disse: “Mah, non c’è stato finora alcun suo contributo alla pace. Sta proponendo cose, sta avviandole, ma non ha ancora combinato alcunché”. Nobel contro Nobel, una bella polemica, o no? No. A tenere banco per i giornalisti, anche in Polonia dopo Londra e Israele, sono sempre e solo le cosiddette “gaffe” di Romney. Illuminante che cosa è successo davanti alla Tomba del Milite Ignoto a Varsavia, dove Romney si era recato in omaggio ai sacrifici dei polacchi contro nazisti e comunisti. Questo lo scambio. Giornalista A: “Governatore Romney, a proposito delle disavventure del suo viaggio…”. Giornalista B: “Governatore Romney, ha una dichiarazione sui palestinesi?” . Giornalista C: “Che cosa ci dice delle sue gaffe?”. Giornalista D: “Governatore, pensa che le sue gaffe hanno oscurato il suo viaggio estero?” E qui interviene Gorka: “Mostra un po’ di rispetto, Jim”. Giornalista Jim: “Non abbiamo avuto possibilità finora di fare domande…”. Gorka: “Vaffan.. Questo è un posto sacro per il popolo polacco. Mostra un po’ di rispetto”. Ovviamente, il “vaffan” del portavoce di Mitt è diventato il nuovo slogan per i titoli, che ha sostituito quello, usato fino a ieri, sui palestinesi che avevano accusato Romney di “razzismo” . Mitt aveva detto una semplice verità, altro che gaffe: cioè che in Israele il Pil pro capite è di 21 mila dollari, il doppio dei palestinesi, perché il sistema economico israeliano è vibrante ed esporta tecnologia e non terrorismo. 

E Romney come prende il pregiudizio della stampa contro di lui, e a protezione e vantaggio di Obama? Con filosofia, perché è da sempre che i giornalisti Usa (tranne quelli di Fox negli ultimissimi anni ) hanno simpatia ed odio preconfezionati, e Mitt lo sa che sarà così anche con lui fino a novembre. Dan Rather, la punta dell’icebreg passato alla storia, intervistò con acrimonia il mite Bush il Vecchio, prima di finire la carriera inventando un falso documento contro Bush il Giovane e facendo una indecente intervista in ginocchio a Saddam. Quindi, non resta a Mitt che andare avanti per la sua strada, affermando le cose giuste anche se non conquistano i titoli: “Le nostre nazioni appartengono alla grande compagnia delle democrazie, parliamo lo stesso linguaggio di libertà e giustizia… Forse perché qui il controllo centralizzato non è un ricordo lontano avete messo una speciale determinazione ad assicurarvi una libera e prosperosa economia” ha detto nel discorso ufficiale ai polacchi. Sulle polemiche “a margine” dei media ostili, Mitt si è concesso sono un accenno di velata ironia: “Capisco che ci sono quelli del quarto potere che sono molto più interessati a scrivere di qualcosa che non ha a che fare con l’economia, la geopolitica, la minaccia di guerra, la realtà del conflitto in Afghanistan oggi, la nuclearizzaione dell’Iran”, ha commentato. “Stanno cercando di trovare qualcosa d’altro per non parlare del fatto che questi 4 anni sono stati anni duri per il nostro paese”. 

Da domani la campagna ricomincia in patria, dove Romney trova consolazioni importanti dalle ultime settimane Ok in borsa, un trend che gli sorride. “Molti investitori con cui ho parlato”, ha detto Sam Stovall, capo strategista alla S&P, “pensano che se l’indice S&P 500 salirà da fine luglio a fine ottobre ciò sarebbe il segnale di una vittoria di Romney in arrivo: il mercato in ripresa segnalerebbe che le politiche percepite come anti-business della attuale amministrazione arriveranno presto alla fine”, e saranno cambiate a favore del business. 

“In conclusione, noi non siamo veramente preoccupati per il fatto che l’Europa risolva il suo problema e che la sua economia riparta”, ha fatto eco Adam S. Parker, capo delle strategie azionarie della Morgan Stanley in una lettera agli investitori. “E neppure pensiamo che dei forti profitti delle aziende in rapporto alle aspettative saranno la chiave del successo. Per noi, il maggiore scenario Toro è basato sui bilanci che sono zeppi di cash e sulla potenziale fiducia che saranno utilizzati più attivamente e con maggiore produttività. La maggiore possibilità sotto questo aspetto è un Romney che vince le elezioni”. Se i media tifano Obama, Wall Street vota Romney.

di Glauco Maggi

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