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La ripresa-lumaca di Obama e l'incubo della crisi

Due anni di ripresa economica non sono bastati a Barack: 163mila posti di lavoro in più, troppo pochi. E un altro sondaggio rivela: disoccupazione all'8,3 per cento

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

La ripresa-lumaca di Obama e l'incubo della crisi

Soltanto per tenere il passo con l’aumento del numero assoluto di americani che entrano nell’età per lavorare, ogni mese dovrebbero essere aggiunti almeno 100-150 mila nuovi posti. Lo scorso 3 agosto, primo venerdì del mese, il Dipartimento del Lavoro ha comunicato i dati ufficiali sull’occupazione relativi a luglio, attesi spasmodicamente dalle due campagne elettorali per essere subito trasformati in argomenti di propaganda. E’ uscito il numero di 163mila posti in più, frutto del sondaggio tra 500mila aziende. In linea con il minimo necessario per non andare sotto, ma lungi dai 200-250mila che gli economisti indicano per avere una seria ripresa. Ed è uscita anche, in questo caso come esito di un separato sondaggio tra 60mila famiglie, la percentuale di disoccupazione dell’8,3%, in aumento (inaspettato) di un decimo dall’8,2% di giugno e dall’8% di inizio 2012, che era stato il minimo toccato dall’amministrazione Obama da quando è entrata in carica nel gennaio 2009. Il recupero degli 8,8 milioni di posti persi nel corso della recessione iniziata nel dicembre del 2007 e finita nel giugno del 2009 prosegue come una lumaca, ed è a meno della metà: 4 milioni, ma è il numero assoluto, e non tiene conto della crescita fisiologica perduta nel periodo. Eppure Obama ha  “goduto” di ben 37 mesi di ripresa economica post-recessione. Intanto, a riprova dello stallo, il tasso dei senza lavoro ha ricominciato a salire quest’anno e fa presagire una possibile ricaduta in una recessione bis. 

Gli americani ricordano, e se non se lo ricordano ci pensano i repubblicani a farlo, che per far approvare subito in Congresso, entro due mesi dal suo arrivo alla Casa Bianca, il suo “superstimolo” di spesa pubblica da circa 900 miliardi di dollari, il neopresidente appena eletto disse, spalleggiato dai suoi economisti keynesiani: “In mancanza di stimulus (gli americani usano il latino NDR) la disoccupazione andrebbe sopra l’8%”. Nel gennaio del passaggio delle consegne, infatti, Obama aveva ereditato da Bush il tasso di disoccupazione del 7,7%. Obama ottenne lo stimolo che voleva, ma successe il contrario di quanto promesso da lui e dai suoi profeti della spesa: il tasso dei senza lavoro  salì e salì, anche dopo la fine della recessione che è ormai roba vecchia di tre anni buoni, e quando sembrava che il trend fosse verso un calo costante, capace almeno di rimettere le cose al punto in cui le aveva lasciate Bush, ecco la sorpresa negativa della primavera-estate del 2012. Sempre dal Dipartimento del Lavoro sappiamo, in dettaglio, che il tasso di disoccupazione è cresciuto in luglio in 332 aree metropolitane ed è calato soltanto in 29. E mentre il tasso di coloro che sono fuori dal lavoro da più di 27 settimane è sceso dal 41,9% al 40,7% dal mese prima, è aumentata al 15%, dal 14,9%, la percentuale che dipinge un quadro ancora più fosco della disoccupazione americana: quella che misura coloro che hanno smesso di cercare un impiego perché scoraggiati, ma lo prenderebbero se ci fosse, e coloro che sono oggi costretti ad un part-time ma vorrebbero lavorare a tempo pieno. 

I due partiti, a caldo, hanno subito cercato di piegare i dati alle proprie tesi. Per Mitt Romney , “questi numeri sul lavoro non sono solo statistiche, sono gente reale. Sono un’altra martellata alle famiglie della classe media ”. Così ha detto ad un comizio in Nevada. “Questi sono vicini di casa e familiari che hanno trovato un posto, e la sicurezza che viene con il lavoro”, ha invece commentato Obama riferendosi ai 163 mila posti nuovi. Ma è lo stesso Obama che più di tre anni fa disse, riconoscendo allora che aggiustare l’economia era il suo compito numero uno, “se non lo avrò realizzato in tre anni, sarò il presidente per un solo mandato”. La ripresa non c’è, visto che la crescita del Prodotto interno lordo è scesa all’1,5% nel secondo trimestre. E nessun presidente nel Dopoguerra è stato mai riconfermato presentandosi al voto con un tasso di disoccupazione superiore  al 7,2% e un Pil tanto deprimente. Barack è oggi 13 decimi sopra la soglia statistica sul tasso dei senza lavoro, e ha ancora solo tre mesi per far dimenticare le promesse di stare sotto l’8%, e  di guarire l’economia espandendo la crescita a un tasso decente. Ma la media dal Dopoguerra è stata di una crescita del Pil del 3% circa, e questo obiettivo per il 2012 non se lo sogna nemmeno la Casa Bianca.

di Glauco Maggi
twitter @glaucomaggi

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