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Presidenziali Usa

Paul Ryan capolavoro di Romney
Con lui unite due anime GOP

Con lui come vice, il candidato repubblicano si è assicurato il sostegno compatto del partito, tea party compresi

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

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Paul Ryan capolavoro di Romney
Con lui unite due anime GOP

E’ riduttivo pensare che, con la scelta di Paul Ryan, il candidato del GOP Mitt Romney abbia lanciato solo l’indispensabile ramoscello d’ulivo ai Tea Party per convincerli ad abbandonare le diffidenze verso la sua figura, quelle stesse che avevano messo in pericolo la sua nomination nei mesi d’inizio anno, quando i più radicali Santorum, Gingrich, Perry, Cain e Bachmann si dividevano il 75% dei voti nelle primarie repubblicane, lasciando il solo 25% a Romney.

Con Ryan, Mitt ha fatto di più. Come acutamente nota sul New York Post John Podhoretz, uno dei più noti e accreditati commentatori nel fronte dei neoconservatori, Ryan è un personaggio con una qualità rara nel GOP oggi, l’essere il ponte tra i “conservatori fiscalmente rigorosi” e i “conservatori rigorosi nel perseguire il piccolo governo”. Le due anime, rappresentate da personaggi dello stesso partito che negli ultimi quattro decenni e fino a ieri si guardavano in cagnesco da due angolature ideologiche differenti, con Ryan saranno “costretti” a mettersi insieme, con l’evidente vantaggio di costituire la nuova piattaforma, più ampia e più articolata, che è destinata a ridisegnare la fisionomia del partito negli anni a venire, comunque vada la sfida di novembre.

I “conservatori-fiscali” si sono sempre distinti per l’avere come punto fondamentale il rigore del pareggio di bilancio. Per raggiungerlo, non disdegnano necessariamente anche gli aumenti delle tasse, perché la logica è quella di spendere per tutto ciò che ci si può permettere con il budget. Bush il Vecchio, tipico campione di conservatorismo fiscale, usava uno slogan rivelatore di questa filosofia: “Non è la volontà che ci fa difetto, ma il borsellino”. Cioè: non sarei contrario ad approvare le spese per nuovi programmi governativi, se ci fossero i fondi per permettermele. I falchi di questa ala del partito, insomma, hanno sempre avuto un approccio più ragionieristico che ideale: importante era far quadrare i conti, muovendosi tra le righe dei bilanci tra aggiunte e tagli. “Il difetto fatale nel conservatorismo fiscale”, scrive Podhoretz, “è che il governo trova sempre la maniera per spendere i soldi raccolti per scopi fiscalmente conservativi. Fai un accordo per salvare la Social Security attraverso un aumento delle tasse in busta paga, come fecero i conservatori fiscali nel 1983, e il governo semplicemente alzerà il fondo dell’ente pensionistico al livello del capitale necessario, lasciando al suo posto cambiali senza valore”. Il fiscal-conservatore Bob Dole, negli Anni 90, fu non a caso definito da Newt Gingrich “l’esattore delle tasse per il welfare statale”.

I “conservatori per il piccolo governo”, invece, la pensano diversamente. “Il problema non è il borsellino troppo piccolo, è che la volontà di spendere è mal diretta. La loro opposizione alla crescita del grande governo è filosofica”, argomenta Podhoretz, “perché credono che un più grande governo interferisca con le libertà costituzionali anche favorendo una cultura di dipendenza che crea incentivi morali perversi”.

Troppo “alti” per sprecare menti ed energie con il rognoso compito di studiare i noiosi numerini dei bilanci, però, questi ideologhi del GOP hanno sempre disdegnato i “ragionierismi” di Washington, accontentandosi di squalificare il Palazzo come “corrotto”. Ma Ryan è diventato un leader tra i giovani Repubblicani nel Congresso specializzandosi nell’arte della critica del Budget, diventando capo della Commissione relativa dopo essere stato eletto 7 volte deputato. Mentre diventava un implacabile esperto delle inevitabili tecnicalità dei conti pubblici, però, Ryan si è affermato come ideologo del piccolo governo, in perfetta linea con gli idealisti del Tea Party. E’ così nato un leader di sintesi che in Congresso ha saputo unificare la visione ideologica del destino americano con l’esercizio quotidiano del ragioniere del budget.

di Glauco Maggi

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