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Presidenziali Usa

Le penne più velenose del New York Times
sono partite all’attacco di Ryan

Maureen Dowd cita certi vescovi che, con spirito cristiano, si sono lamentati dei tagli a certi programmi di welfare per i poveri previsti da Romney

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Le penne più velenose del New York Times
sono partite all’attacco di Ryan

di Glauco Maggi

Le penne più velenose del New York Times, il primato è di Maureen Dowd, sono partite all’attacco di Ryan, ma con una virulenza di parole e un affanno di argomenti che avvalorano il vecchio adagio: la lingua batte dove il dente duole. La Dowd, che più anticattolica non si può, come argomento per criticare il fervente Ryan cita certi vescovi che, con spirito cristiano, si sono lamentati dei tagli a certi programmi di welfare per i poveri. Sempre sbeffeggiati perché pedofili omosessuali, e perché sono contro aborti e nozze gay, ora i ministri della Chiesa di Roma diventano obamiani di complemento. Ovviamente non è vero che il budget di Romney-Ryan affamerà nessun povero, e la Dowd si guarda bene dall’elencare le misure concrete di questa guerra repubblicana agli indigenti, ma è il momento della disperazione e importante è spararle grosse, così da dare ai fedelissimi liberal lettori del New York Times qualche appiglio per odiare il GOP, se non per amare Obama. Infatti, è ormai chiaro, il presidente non lo ama nessuno. Quando una regina del giornalismo liberal come Tina Brown, che dirige la rivista Newsweek (che una volta, quando era del gruppo del Washington Post, era di sinistra normale, mentre ora che appartiene a The Daily Beast è di sinistra estrema) incarica una penna analitica, di simpatie conservatrici dichiarate, come quella di Niall Ferguson, di sparare a zero su Obama, è segno che lo sbandamento nelle file democratiche è evidente. Quattro anni fa, dopo che Obama aveva vinto, Ferguson commentò da sconfitto che l’esito era comunque l’occasione di una grande celebrazione. Che era una tappa di cui tutti gli americani dovevano gioire. Nell’articolo di copertina “Obama vattene a casa: perché l’America ha bisogno di un nuovo presidente”) quattro anni dopo i lettori attoniti che avranno avuto il coraggio di leggere hanno trovato un Ferguson pieno di numeri e fatti contro Obama, a differenza degli aggettivi brucianti e delle allusioni indimostrate del pezzo della Dowd sul NYTimes contro Ryan.

La Borsa è su del 74% dal 20 gennaio 2009, riporta correttamente Ferguson (il rally recente, secondo gli analisti di Wall Street, anticiperebbe però proprio l’addio a Obama e l’arrivo di Romney a novembre). Ma il  numero di posti del settore privato è ancora 4,3 milioni sotto il picco del gennaio 2008 e inoltre, sempre dal 2008, si sono aggiunti 3,6 milioni di iscritti alle liste dei lavoratori disabili della Social Security. Nel suo primo budget, quello presentato per l’anno fiscale 2010 dopo aver fatto passare il famoso superstimolo da quasi 1000 miliardi, Barack annunciò che la crescita del PIL sarebbe stata del 4% per il 2010, del 4,6% per il 2011 e del 4,6% per il 2012. I numeri reali sono invece stati il 2,4% nel 2010, l’1,8% nel 2011 e, per il 2012, pochi esperti si aspettano che la crescita media supererà il 2,3%. Insomma, la metà o meno di quanto promesso. Il contrario per l’occupazione: a questo punto, per la Casa Bianca, doveva essere al 6%, e invece quest’anno è a una media dell’8,2%, ed è stata sopra l’8% per oltre 40 mesi, cioè tutto il mandato di Obama. Ancora: il reddito medio annuale delle famiglie è caduto del 5% dal gennaio 2009, mentre nel 2011 circa 110milioni di individui hanno ricevuto un beneficio monetario dal governo, per lo più Buoni Pasto e sussidi sanitari dal Medicaid, l’ente pubblico sanitario federale per chi è sotto una certa soglia di reddito. Infine, metà circa degli americani non ha denunciato un reddito tassabile, “esattamente la stessa proporzione di chi vive in famiglie dove almeno un membro riceve qualche tipo di beneficio dal governo. Benvenuti nella nazione 50 a 50: metà di noi pagano le tasse, l’altra metà riceve benefici”, scrive Newsweek.

Nessuno stupore, quindi, se un sondaggio condotto da Usa Today Gallup dal 6 al 13 agosto negli Stati “ballerini” (Colorado, Florida, Iowa, Michigan, Nevada, New Hampshire, New Mexico, Nord Carolina, Ohio, Pennsylvania, Virginia, e Wisconsin) ha rilevato che soltanto un 40% di cittadini (registrati per votare) ha risposto “sto meglio ora di 4 anni fa”, contro il 56% che ha detto “sto peggio di 4 anni fa”. Ciò, a svantaggio di Obama, è persino peggio del dato negativo nazionale, secondo cui il 55% ha risposto di stare peggio oggi contro il 42% che ha detto di stare meglio. La domanda “state meglio oggi o quattro anni fa?” è diventata un classico della politica Usa da quando Ronald Reagan la usò negli ultimi mesi della campagna elettorale contro Jimmy Carter, che era stato innanzi nei sondaggi fino all’estate precedente il voto, per poi crollare a novembre subendo una sconfitta di proporzioni storiche. L’economia non è un tema da cui un presidente in carica può fuggire, insomma, e il record del costo della benzina di questi giorni di grandi rientri e alla vigilia del week end del Labor Day che chiude (3,72 dollari al gallone), è sale sulle ferite della Casa Bianca. Non a caso, il team Obama è in subbuglio, lacerato da divisioni interne, ripicche, invidie e accuse tra i consiglieri tra di loro, e tra loro e il presidente insoddisfatto del lavoro dei suoi. “Obama’s Last Stand,” “L’ultima battaglia di Obama”, un e-book scritto dai giornalisti di www.politico.com con l’editore Random House è uscito lunedì e documenta il clima di discordia, soprattutto tra la West Wing della Casa Bianca e gli Headquarters di Chicago della Campagna elettorale di Obama. Nella tempesta dei litigi e delle recriminazioni sono coinvolti David Axelrod, Stephanie Cutter e la capa del Comitato Nazionale Democratico Debbie Wasserman Schultz.

twitter @glaucomaggi

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