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La morte di Neil Armstrong

Armstrong, Leopardi e quella luna muta che parla, eccome...

E' stato un vero bene andare fino là?

Nazzareno Carusi

Nazzareno Carusi

Pianista, nato a Celano, vive a Ravenna per amore. Ha suonato in tutto il mondo e il Washington Post ha recensito un suo concerto come “una serata d'arte mozzafiato”. Fra le istituzioni che lo hanno ospitato ci sono anche il Teatro alla Scala di Milano, la Carnegie Hall di New York, il Teatro Colon di Buenos Aires, il Toronto Centre for the Arts, la Brahms Gesellschaft di Amburgo, la Toyo Hall di Tokyo e la Federation Hall di Melbourne. I suoi dischi sono pubblicati dalla Emi. (foto by Daniele Cipriani)
L'impronta dell'uomo sulla luna

di Nazzareno Carusi Houston, Tranquility Base here. The Eagle has landed”. Otto parole e il mondo era più largo. Come otto note sfondarono la musica all'attacco della Quinta di Beethoven. La luna è muta, eppure canta. Chopin la colorò di palpiti, la voce che arriva all'imbrunire e va via all'alba sempre silenziosa, unico tacere che l'animo travolga d'emozioni. Leopardi le chiese “che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, Silenziosa luna? Sorgi la sera, e vai, Contemplando i deserti; indi ti posi. Ancor non sei tu paga Di riandare i sempiterni calli? Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga Di mirar queste valli? Forse Neil Armstrong non dava retta a tali cose, perché “non sono un romantico, disse alla Fallaci, non ho ambizioni personali. La mia sola ambizione è contribuire alla riuscita di questo programma”. Aveva 39 anni sulla luna, come Chopin e Leopardi quando smisero di guardarla. Incredibili opposti. Stessa età per l'iperuranio della vita viva e l'arrivo “Colà dove la via E dove il tanto affaticar fu volto: Abisso orrido, immenso, Ov'ei precipitando, il tutto obblia”. 

Ma cosa resta a noi del grande passo dell'umanità di allora? Cosa siamo, che non riusciamo più a mirare il cielo e stiamo a occhi continuamente bassi sullo spread di Mario Monti e soci? Una generazione ad aver dato vita al sogno e noi che ne abbiamo preso automatico possesso, col risultato desolante che è come se non c'interessasse più. È stato dunque un vero bene andare fino là? Progresso della tecnica divino; ma dentro, dentro l'animo più in fondo, eravamo proprio pronti? Noi che siamo di 30 o 40 anni dopo, e i nostri figli che crescono nella scuola delle fritterie più orrende, possiamo ancora dirci la luna come nostra? Conquistarla in corsa, fra due ideologie sul futuro del mondo che si scontravano (l'ha detto Armstrong ad Alex Malley della CPA d'Australia), è stato come tradurre dal sacerrimo latino la Liturgia nelle lingue nazionali. Tutto s'è torto nel contrario, come accade quando si smonti un dogma per chi non ne colga in nulla la vertigine. A lungo, lo si dimentica e le chiese sono vuote. Perché gli effetti della conquista altrui illudono l'anime incoscienti, che siamo tutti noi, d'essere epiche come quelle dei padri vincitori. Così il mondo affonda nei suoi stessi pregi, giù per il crinale tanto più veloce quanto più alta è la vetta che non gli appartiene. Forse sarebbe stato meglio se avessimo continuato ad abbracciarla, la luna, come i due cuori beatamente amanti e avvolti nella luce sua, che Brahms cita da Sternau nella Sonata per pianoforte in fa minore. Scriveva a meraviglia Riotta sulla Stampa, ieri: “Il cordoglio generale per l’eroe spaziale, in una nazione divisa nell’acrimonia della politica e dello scontro culturale di web, radio e tv, nasce dalla nostalgia di eroi quieti, semplici, coraggiosi, che avevano ragione e che credevano nel dovere di compiere 'la missione', per il paese e l’umanità. Se ne vedete in giro così, fatemi un fischio”. 

Non ci sono, Gianni. Non ci sono. 

(Articolo pubblicato su Libero il 28.08.2012)
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