Cerca

Ovazione a Tampa

Il messaggio di Clint:
Obama non è sacro

L'attore e regista alla convention repubblicana ha solo detto quel che pensano milioni di americani: che Barack non sa fare il presidente

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

tampa

Il messaggio di Clint:
Obama non è sacro

Clint Eastwood, molti premi Oscar all’occhiello, ha preso per i fondelli Obama, e lo ha fatto a reti Tv unificate giovedì 30 alla Convention del GOP parlando appena prima di Marco Rubio, che aveva il compito di introdurre Mitt Romney.  Quindi, audience massima di alcune decine di milioni di persone. Il premio Oscar Gerald R. Molen, celebre per aver prodotto con Spielberg “Schindler List”, e il regista John Sullivan hanno fatto il documentario  "2016- L'America di Obama", basato sul libro "Le radici della rabbia di Obama", di Dinesh D'Souza, in cui il presidente viene presentato come il degno figlio del suo padre keniota. Il quale era un convinto ideologo terzo-mondista, anti-occidentale, anti-bianchi, anti-Israele, anti-americano: D’Souza, che ha codiretto il film e ha raccolto interviste con gli stretti amici e compagni di lotta del babbo, e con un fratellastro di Obama (entrambi figli di quello stesso babbo), porta convincenti argomenti di ciò. Anche perché la fonte primaria sono le parole della autobiografia di Barack, che ha il titolo rivelatore di “I sogni da mio padre”. "Da", non "di". Audience rilevante anche per questo film, che è da poco nelle sale Usa e si è ben comportato ai botteghini pur essendo un “low budget”, cioè una pellicola costata un paio di milioni e che ne ha incassati già sei volte tanto, salendo al primo posto tra i documentari del 2012. Il libro stesso “Le radici della rabbia di Obama” è stato per oltre 4 settimane nella classifica dei più letti del New York Times. 
Che cosa sta succedendo a Obama? Non è più un mostro sacro? Gli americani cominciano a conoscerlo, si tolgono finalmente il bavaglio e dicono ciò che pensano di lui? Il suo  bilancio nella gestione dell’economia e della politica estera ha scontentato tutti, e 42 mesi di disoccupati oltre l’8%, con il risultato di un americano su sei senza lavoro o con un part-time non scelto, hanno dato le munizioni a Romney-Ryan per sferrare l’attacco con un programma alternativo di crescita e di aggiustamento dei conti federali che è stato il filo conduttore della Convention.

Ma non c’è solo questo. L’incapacità dimostrata nel fare il presidente ha maturato nel paese una montante situazione psicologica in cui “il re nudo” e può essere messo sulla graticola della critica. In libreria, in TV, e  perfino a Hollywood. Lo prova il redivivo Clint “Dirty Harry” di Tampa con il sarcasmo: su tutto, da Guantanamo mai chiusa al fanatismo ambientalista (“Ma non sei un uomo ecologico? Ti lasciamo l’aereo, magari un po’ più piccolo”) . Lo dimostra il viaggio di D’Souza tra le radici afro-comuniste di D’Souza: Barry-Barack aveva a Honolulu un mentore iscritto al PCUSA, il partito comunista degli Stati Uniti, prima di trovare un maestro di vita e di politica in un professore radicale di sinistra sudamericano alla Columbia, e poi la guida spirituale, per 20 anni a Chicago, nel reverendo antibianco e antiUsa Jeremia Wright. E affonda il colpo il più recente best seller dell’estate, altro successo di pubblico finito tra i best seller del New York Times: “The amateur”, dove viene descritto, tra le altre impietose definizioni, “il presidente che ha diviso di più l’America nella storia moderna”. E su Internet, di recente, è tornato a girare, molto letto, un articolo di Matt Patterson, conservatore del sito “American Thinker”, dal titolo dissacrante “Obama: the Affirmative Action President”. La “affirmative action” è la politica amata dai liberal, e detestata dai conservatori che la considerano profondamente razzista, secondo cui nelle scuole la meritocrazia va alterata destinando una quota alle minoranze nera, ispanica e native-american. Patterson scrive che Obama non aveva i voti per andare dal College Occidental di Los Angeles alla Columbia, e poi dalla Columbia alla scuola di legge di Harvard, e che aveva avuto la spintarella del colore. 

Ma il colore lo ha poi usato anche per fare il senatore dello Stato dell’Illinois, e da qui al Senato di Washinghton. La campagna del 2008, infine, è stata una apoteosi di “affermative action”: la nazione doveva farsi perdonare secoli di schiavitù e di segregazione, e non vedeva l’ora di lavarsi la coscienza; e così ha mandato alla Casa Bianca uno che, alla resa dei conti, s’è dimostrato “non qualificato”. L’analisi è spietata, e di parte. Ma, se è vero che Obama è lì perché è nero, l’esito della prossima gara si riduce a questo: quanto pesa ancora il senso di colpa nell’elettorato bianco? E quanti sono pronti a chiudere gli occhi sul disastro dei primi 4 anni pur di non sentirsi in colpa se con il voto a Romney sfrattano la famiglia Obama alla prima occasione? 

di Glauco Maggi

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

blog