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Crisi a stelle e strisce

Negli Usa di Obama
sempre meno americani
a caccia di lavoro

Tasso di disoccupazione in calo dall'8,3 all'8,1%, ma è solo perchè sempre più cittadini si tolgono dalle liste di disoccupazione

Il dato reale, secondo gli economisti, sarebbe superiore ell'11%
Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Negli Usa di Obama
sempre meno americani
a caccia di lavoro

Venerdì 7 il Tesoro ha comunicato che il tasso di disoccupazione è sceso dall’8,3% all’8,1%. Siccome si sono aggiunte 368mila persone all’elenco di quelle che “non cercano il lavoro”, cioè hanno rinunciato a sbattersi per trovarne uno, il calo non è “sano” come potrebbe apparire a prima vista. I nuovi posti creati, 96mila, sono un quarto dei “rinunciatari”. Con Obama, il  “Tasso di Partecipazione alla Forza Lavoro” è sceso ai minimi da 31 anni a questa parte, al 63,5% (era il 63,7% un mese prima). L’economista James Fitzgibbon dell’Highlander Group ha fatto un semplice calcolo e ha scoperto che, “se noi tenessimo oggi lo stesso dato percentuale di cittadini che non lavorano che c’era nel gennaio del 2009, quando si insediò Obama, il tasso dei disoccupati sarebbe dell’11,4%”. Nel suo commento degli ultimi dati ministeriali di agosto, che oltretutto registrano una correzione al ribasso di 41mila unità nel numero di posti di lavoro di luglio e giugno, Fitzgibbon scrive che il tasso di disoccupazione più alto che ha calcolato lui, l’11,4%, “è molto più vicino alla realtà attuale e indica che il malessere economico e il declino sono peggiori della contrazione del 1980-1981, che fu orribile”. 

Rincara sul suo blog il politologo conservatore Dick Morris, ex braccio destro di Bill Clinton: “Così ora finalmente capiamo quale sia il programma reale di Obama per fare fronte alla disoccupazione: scoraggiare la gente a cercare un impiego, e incoraggiarla invece a lasciare la forza lavoro per aggiungersi all’esercito dei dipendenti dall’elemosina del governo”. I numeri in effetti mostrano un’America sempre più dipendente dal “buon cuore” di Washinhgton, cioè dalle tasse sui cittadini e dal debito pubblico crescente. Con circa una novantina di milioni di americani adulti che sono fuori dalla forza lavoro, gli Stati Uniti sono sempre più vicini a diventare una nazione che non lavora (lo fanno oggi meno dei due terzi), che è piena di persone nelle liste degli enti assistenziali, pensionistici e sanitari del welfare (lo sono il 50%, contro il 30% del 1980), che non paga le tasse (circa la metà dei cittadini non versa un centesimo di imposte federali, ed anzi un numero crescente va “a credito” e riceve sussidi dal fisco) , che mangia con i buoni pasto (46 milioni contro 33 di 3 anni fa). 

Ecco spiegati gli appelli ricorrenti al bisogno e alla virtù del Grande Governo nei discorsi alla Convention di Charlotte: noi Democratici sì che ci occupiamo delle necessità degli indigenti, hanno detto tutti, da Obama in giù. Intendevano: “Prima li rendiamo bisognosi negandogli il lavoro reale, poi li inondiamo di “assistenza” e così li leghiamo irresistibilmente al nostro carro. Come fanno a non votarci?”.  

di Glauco Maggi

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