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11 settembre 2001 - 11 settembre 2012

Quel concerto a Chicago, 10 giorni dopo Ground Zero

Nazzareno Carusi

Nazzareno Carusi

Pianista, nato a Celano, vive a Ravenna per amore. Ha suonato in tutto il mondo e il Washington Post ha recensito un suo concerto come “una serata d'arte mozzafiato”. Fra le istituzioni che lo hanno ospitato ci sono anche il Teatro alla Scala di Milano, la Carnegie Hall di New York, il Teatro Colon di Buenos Aires, il Toronto Centre for the Arts, la Brahms Gesellschaft di Amburgo, la Toyo Hall di Tokyo e la Federation Hall di Melbourne. I suoi dischi sono pubblicati dalla Emi. (foto by Daniele Cipriani)
Quel concerto a Chicago, 10 giorni dopo Ground Zero

di Nazzareno Carusi L'11 settembre 2001 ero a casa e studiavo per il concerto a Chicago del 21. Stavo per mettermi al pianoforte, dopo pranzo, quando telefonò zio Emilio: “Dove sei”? “A casa, perché”? E lui, serissimo: “Accendi la tv”. Un colpo. E mille tentativi di mettermi in contatto a New York col mio agente Albert Kay e, a Montréal, con Karine, la mamma di Francesco e Émilie che allora, però, non erano ancora nati. Niente. L'unica cosa certa, per ore, fu il silenzio delle comunicazioni personali contro la cascata di immagini e notizie spaventose che rimbalzavano su tutti i canali disponibili. Solo verso sera riuscii a parlare con loro.

Così seppi che in Canada le città sembravano trattenere il respiro, tutte chiuse e tanto era irreale il loro silenzio. Albert, invece, uno degli ultimi aristocratici newyorkesi da nove o dieci generazioni (mi diceva sempre che erano rimasti in quattro gatti), era furibondo e continuava a imprecare nelle nove lingue che parlava correntemente. Dal suo ufficio bellissimo sulla terrazza di un grattacielo della 54esima, aveva visto le Torri prima fumare, poi scomparire all'ingiù nella tempesta di polvere che erano anche migliaia di uomini e donne inceneriti da quell'azione ignobile. Era fuori di sé, e alla mia domanda se il concerto si sarebbe tenuto o no (vista la cancellazione di tutti i voli per gli Stati Uniti e le rinunce, che cominciavano a essere divulgate dalle agenzie di stampa, di diversi artisti ad andare là), urlò “sì, certo che sì, non siamo mica come voi italiani che piangiamo per mesi. Qui si lavora, si lavora e si lavora. Da oggi, da subito, con la certezza che la faremo pagare a questi bastardi”. Testuale e fortissimo, da un vecchietto di 88 anni.

Ripresi a studiare, alternando note a news. Partii da Venezia all'alba del 19 settembre, credo fra i primi ad attraversare l'Atlantico dopo quel punto di non ritorno della nostra storia. Sul 747 Amsterdam-Chicago saremo stati sì e no una dozzina. Arrivai all'aeroporto O'Hare e trovai la responsabile organizzativa della Northeastern Illinois University ad aspettarmi. Sulla strada fino all'albergo non vidi casa o macchina senza una bandiera nazionale. La Sears Tower era chiusa, lo sgomento di molto superiore alla paura. Poliziotti e militari in assetto di guerra campeggiavano in tutti i luoghi pubblici e, paradossalmente, ci davano un senso di grande sicurezza. Sarà stato anche per questo, ma soprattutto per la voglia di mostrare che l'anima di un Popolo (con la maiuscola) non si piega a un atto da vigliacchi, che al concerto la sala era strapiena. Quando uscii sul palcoscenico, alla vista di quel pubblico sentii un'emozione mai provata e per la prima volta le lacrime mi bagnarono gli occhi prima di suonare. Regalai una rosa rossa a Salme Steinberg, presidente dell'Università. Dissi che era per lei, per ognuno dei presenti e per tutti gli americani.

Il concerto fu ripreso dalla WFMT Radio e quando venne pubblicato qui in Italia l'Ambasciata Usa a Roma mi ringraziò per quel gesto di solidarietà. Ne vado fiero, ma non fu nulla di speciale. Semplicemente, l'abbraccio di chi ama la bellezza a chi aveva subito viltà e omicidio, qualsiasi fossero le ragioni.

E se di scontro di civiltà proprio vogliamo dire, allora sì, la mia fu la testimonianza pacifica di un occidentale contro i nemici violenti del suo mondo, dei suoi sogni e della sua stessa voglia di vita.

Nient'altro, ma un dovere.

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