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Crisi a stelle e strisce

Moody's stanga Obama:
via la tripla "A" agli Usa

Dopo Standard&Poor's, un'altra agenzia di rating minaccia di declassare l'economia americana, a meno di due mesi dalle presidenziali

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

new york

Moody's stanga Obama:
via la tripla "A" agli Usa

La tegola quotidiana su Obama viene dalla agenzia americana di Rating Moody’s. L’anno scorso, in agosto, era stata la sua concorrente, Standard& Poor’s,  a infliggere al governo Democratico la vergogna della perdita delle Tre A, ed ora tocca a Moody’s di minacciare Washington di fare altrettanto: i negoziati del 2013 sulla riduzione del debito pubblico saranno determinanti, in caso non si concludessero con un visibile trend al ribasso nel rapporto tra debito e PIL, per abbassare il rating da Aaa a Aa1. 

L’agenzia, che conta tra i suoi maggiori azionisti l’obamiano di ferro Warren Buffett, non prenderà dunque nessuna decisione prima del voto ormai imminente, ma la sola pubblicazione del rapporto di “Aggiornamento sulla previsione del Rating sul Debito del governo Usa” è bastata a rimettere al centro del dibattito politico la situazione più che precaria della finanze americane pubbliche. E a ricordare la mancanza di leadership di Barack nel convincere il Congresso, e segnatamente il proprio partito, a trovare una soluzione al problema con seri tagli alle spese e con un incremento delle entrate attraverso la crescita economica e con il riordino del meccanismo fiscale (come aveva suggerito la commissione bipartisan di “saggi” nominata dallo stesso presidente nel 2011).

Oggi il rating di Moody’s è di Aaa con prospettiva negativa, e “se queste trattative porteranno a specifiche politiche capaci di produrre una stabilizzazione e poi un trend al ribasso nel rapporto debito-Pil nel medio termine”, scrive l’agenzia, “il rating sarà probabilmente confermato e la prospettiva potrebbe tornare ad essere stabile. Se questi negoziati non produrranno simili politiche, comunque, Moody’s si aspetta di abbassare il rating, probabilmente a Aa1”. Gli economisti dell’agenzia si tengono quindi le mani libere, con quel “probabilmente”, anche di essere ancora più punitivi se Congresso e Casa Bianca non saranno efficaci e concreti. E aggiungono anche di dare per scontato che, entro questo dicembre, sarà evitato “con un processo ordinato” di accordi tra le parti politiche il superamento del “baratro fiscale”: senza un’intesa sul prolungamento dei tagli fiscali di Bush, e sul tetto del debito, infatti, dal primo gennaio scatterà un aggravio di tasse per tutti che sarebbe un forte fattore di recessione. In realtà, nell’estate del 2011, il processo parlamentare di alzare il tetto del debito per non far andare il governo in fallimento non fu per niente “ordinato”.

I repubblicani, ed in particolare il “falco dei bilanci” Paul Ryan, non mancheranno di usare questa carta nel dipingere lo scenario fiscale complessivo come assolutamente da riformare, e al più presto. I democratici, che non hanno di fatto affrontato il tema del debito nella loro Convention di Charlotte, preferendo mettere demagogicamente l’enfasi sulla necessità di altre spese pubbliche (che loro chiamano “investimenti”) saranno costretti a giocare sulla difensiva. La loro proposta di alzare le tasse ai ricchi, anche se può avere un certo successo nei sondaggi, non è affatto in grado di riempire il buco del bilancio pubblico. Intanto, perché Obama ha già detto che vuole usare quel denaro per pagare nuovi programmi federali: educazione, cioè stipendi a maestri, ed energia verde, cioè altri bidoni tipo Solyndra. Ma soprattutto perché le tasse agli imprenditori, anche a quelli piccoli, sono una zavorra sulla crescita, e quindi sulla produzione di reddito reale, e tassabile.

Sarà un dibattito che vedrà impegnati il Congresso e il presidente che usciranno dalle urne a novembre: se Obama sarà confermato ma non riconquisterà la Camera persa nel 2010, lo stallo è garantito e gli Usa rischieranno il bis della bocciatura del Rating; se vince Romney e il GOP prende invece pure la maggioranza del Senato, vuol dire che il Paese è seriamente preparato a mettere in ordine i conti, con i sacrifici di spesa ma con la speranza di più crescita economica. 

di Glauco Maggi

 

 

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