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L'abito non fa il monaco

L'assessora con le All Star e le tette del PdL

Nazzareno Carusi

Nazzareno Carusi

Pianista, nato a Celano, vive a Ravenna per amore. Ha suonato in tutto il mondo e il Washington Post ha recensito un suo concerto come “una serata d'arte mozzafiato”. Fra le istituzioni che lo hanno ospitato ci sono anche il Teatro alla Scala di Milano, la Carnegie Hall di New York, il Teatro Colon di Buenos Aires, il Toronto Centre for the Arts, la Brahms Gesellschaft di Amburgo, la Toyo Hall di Tokyo e la Federation Hall di Melbourne. I suoi dischi sono pubblicati dalla Emi. (foto by Daniele Cipriani)
L'assessora con le All Star e le tette del PdL

 

di Nazzareno Carusi Ma finiamola con la storia di come si veste Martina Monti, titolare dell'Assessorato alla sicurezza, immigrazione e Polizia Municipale del Comune di Ravenna, giunta Matteucci di centrosinistra. Se ne è parlato anche qui su Libero e la Voce di Romagna ha chiesto perfino il parere di Enzo Miccio, e ci sarebbe pure mancato che non dicesse che non va. Avesse visto la mia mise al debutto in Scala sarebbe inorridito.

Enzo è un amico. Qualche anno fa ci siamo frequentati parecchio sul divano di Mattino 5, uno spasso indimenticabile. L'ammiro e gli ho chiesto anch'io consiglio per raddrizzarmi un po' i colori. Ma io faccio spettacoli, mica politica. E di certo non ce l'ho con le parole sue sull'argomento.

È che questa storia di quanto l'abito faccia o meno il monaco, m'ha ricordato il viaggio di De Gasperi in America. Lo raccontò benissimo (fra molti altri) Valerio Castronovo sul Sole 24 Ore, il 9 febbraio scorso: “Nel gennaio 1947, quando partì per gli Stati Uniti, De Gasperi aveva dovuto farsi prestare un cappotto da Attilio Piccioni, perché non possedeva un soprabito decente, tale da non sfigurare nel suo giro di visite ufficiali a Washington. E ci andava per ottenere un prestito che alleviasse le drammatiche condizioni in cui versava il nostro Paese («Eravamo gli ambasciatori di un'Italia povera, di un'Italia col cappello in mano», ricorderà Guido Carli, che di quella missione fece parte). E se riuscì in questo intento, non fu perché Truman aveva già incluso l'Italia nella sfera d'influenza degli Stati Uniti, in quanto riteneva che la penisola rientrasse nell'area mediterranea di pertinenza della Gran Bretagna. De Gasperi tornò a Roma con la promessa di un aiuto degli Usa, soprattutto perché convinse, col suo contegno dignitoso e con argomentazioni concrete e pacate, che gli italiani avrebbero fatto di tutto per tornare padroni del proprio destino in virtù di uno sforzo collettivo. Che, in effetti, fu quanto avvenne (con le fabbriche ricostruite prima delle case, e la rifioritura di tanti piccoli risparmi nei libretti postali ) e che rese possibile una ricostruzione post-bellica più rapida di quanto ci si aspettasse”.

Altra storia, altri tempi, altri valori, altra stoffa (in tutti i sensi) e soprattutto altra statura e intelligenza umana e politica. De Gasperi era il gigante capace di rivolgersi alla Conferenza di pace di Parigi, il 10 agosto del '46, con una delle frasi che ogni studente dovrebbe mandare a memoria: "Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me". Nessuno applaudì. Ma il Segretario di Stato americano Byrnes gli strinse la mano e di lì a poco noi mangiammo. Uno statista immenso, il più grande della nostra storia con Cavour, che vinse da solo, dopo una guerra e un dopoguerra infami, la battaglia per la nostra vita d'Italiani.

Oggi, invece, di cappotti ne girano cataste e a fianco dei quacquaracquà da Bocchino a Boccia, da Vendola ad Alfano e Brunetta, Gelmini, La Russa, Cicchitto e compagnia scazzando, le politicone in piazza (penso soprattutto a quelle della parte di Ancarani, che in teoria sarebbe anche la mia), le Santanchè, le Brambilla, le Minetti e il figame appresso in ghingheri e piattini, indossano, per le loro comparsate in ogni dove, quei 5mila euro di vestiario a mantenerci bassi. Poi, però, stanno alla visione del futuro (e dei suoi problemi giganteschi e spezzafiato) come il lifting alla naturalezza e le autoreggenti alle suore. Pensare che sto vespaio sulla Monti sia stato sollevato da un loro sodale di partito, di quel Piddièlle schiantato a terra dal peso di tette, culi e labbra al silicone coi quali s'è impazzito a illudersi di riempire lo sconfinato sottovuoto in testa che l'ha reso di anno in anno vieppiù inutile; ecco, pensare questo m'ha dato l'orticaria. Martina, lei ha uno sguardo bello e un bel sorriso (mi permetta di dirlo senza arrossire, che quando è nata io ero già in pista da vent'anni). Bastano e avanzano per essere alla grandissima à la page. Pensi a lavorare, che a Ravenna di daffare ce n'è tanto. E lasci perdere le minchiate incravattate di chi più ne dice, meno voti prenderà alla prossima centrifuga dell'urna.

Perché l'abito non fa il monaco. Mai.

(Articolo uscito su La Voce di Romagna il 18.09.2012)

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Commenti all'articolo

  • gianko

    21 Settembre 2012 - 19:07

    va bene il "si parva licet..." che non è stato premesso, ma in ogni caso parlare di De Gasperi per giustificare quella sgallettata che si crede 'originale e libera' perchè si veste alla moda dei cretinetti (quindi siamo al conformismo dell'anticonfomismo) mi sembra del tutto fuori luogo.. De Gasperi si è fatto prestare un cappotto APPUNTO per non presentarsi vestito da miserabile con un paltò liso e consunto.. quindi L'ABITO FA IL MONACO!! se poi uno è un imbecille lo è sia vestito bene che vestito da cretino

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  • Il_Presidente

    19 Settembre 2012 - 13:01

    giornalismo di altissimo livello

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