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Verso le elezioni

Obama è in difficoltà
Romney può farcela ancora

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Obama è in difficoltà 
Romney può farcela ancora

di Glauco Maggi

Come dice la gaffe “del 47% di americani è pro Obama perché sono governo-dipendenti”, topica che peraltro i sondaggi cominciano a dire che non sia stata poi così distruttiva, Romney ha comunque lo spazio per vincere la corsa, visto che ne resta un bel 53% disponibile per il suo messaggio. E negli ultimi giorni stanno montando alcune polemiche, stavolta contro Barack, che potrebbero raddrizzare la situazione nelle sette settimane che restano. Non va dimenticato che sono previsti in ottobre tre faccia a faccia sulle Tv nazionali tra i due candidati presidenti, e un quarto confronto tra Paul Ryan e Joe Biden, i due vice. Dunque, i ring per un ko di rimonta ci sono, starà a Mitt sfruttarli. 

La figuraccia di Obama - Gli argomenti non mancano, e un esempio di come condurre la danza nei dibattiti è venuto ieri alla Università di Miami, in Florida, dove si è tenuto un Forum pubblico ospitato dalla televisione Univision, canale di lingua spagnola. Intanto, vedere il  presidente cosiddetto cosmopolita non dire una parola in spagnolo e usare il traduttore non è un bel vedere: con tutto il suo essere cittadino del mondo non sa uno straccio di una seconda lingua, mentre il supposto “ignorantone” Bush sapeva bene lo spagnolo (e Romney conosce bene il francese). Ma poi è la sostanza delle domande che sono state poste a dare al suo avversario qualche traccia utile per metterlo in difficoltà nei dibattiti, come hanno fatto una studentessa tra il pubblico e il giornalista Jorge Ramos. Papale papale, la giovane ha chiesto un consiglio su “come trovare un lavoro”. Obama ha abbozzato, perché nei 4 anni del suo governo i senza lavoro sono cresciuti e ora c’è la massima percentuale, oltre un terzo dei cittadini, che nemmeno il posto lo cerca più. Chiaramente la sua difesa è solo “la pazienza”, “la crisi grave” e, ormai pateticamente, “la colpa è di Bush”.

Da yes we can a No non posso - Ma Ramos, ispanico, non si è fatto commuovere. Ha aggiunto alla discussione la questione della riforma incompiuta della immigrazione: “Tu l’hai promessa, e una promessa è una promessa… con tutto il dovuto rispetto, non hai mantenuto questa promessa”. Obama si è inerpicato nella spiegazione che il sistema Usa prevede la separazione dei poteri, e ha detto che “Washingnton non si può cambiare dall’interno, dal presidente”. Ma la risposta è stata presa al volo da Mitt Romney, nelle ore successive, per ridicolizzare Obama. “Era il presidente del Yes, we can ed è diventato quello del no, io non posso”, ha detto in un comizio. A Sarasota, non lontano da Miami, Mitt ha così promesso, a sua volta: “Io sì che posso cambiare Washington e la cambierò. Io farò il lavoro dall’interno”, quello che non è riuscito a Barack, le cui dichiarazioni equivalgono a una resa: “Ha alzato bandiera bianca”, ha insistito Romney.

Presidente vulnerabile - Ma anche sulle sommosse e sugli attacchi islamici alle ambasciate Usa nel mondo l’amministrazione ha mostrato di essere più che vulnerabile. Prima ha preferito insistere nel dare credito all’ “oltraggio” provocato dal filmato su Maometto nel mondo musulmano, di fatto arrendendosi alla “condanna” del diritto alla libera espressione che è un fondamento della civiltà occidentale. Poi, via via che sono emerse prove di una regia di Al Qaeda, la “guerra al terrore” che era anatema quando a denunciare i terroristi era Bush ha trovato spazio nelle dichiarazioni ufficiali. Ma come, allora? Il terrorismo non era una fissazione di Bush? E se non lo era, e infatti si tratta di una guerra tuttora in corso, come ha potuto l’intelligence più ramificata e potente del mondo, sotto Obama, non contrastare adeguatamente i complotti degli assalti al Cairo, a Tunisi, nello Yemen e altrove? Ci sarà spazio, in altre parole, per chiedere a Obama come e  perché hanno lavorato male i servizi di sicurezza nel prevenire e proteggere le sedi diplomatiche e, soprattutto, il povero ambasciatore Stevens e il suo staff trucidati a Bengazi. Il presidente è pieno di buchi e di rattoppi, insomma, ma ha ancora una stampa anglofona amica, in stile Pravda. Ci vorrà un Romney aggressivo, puntuale, spietato, capace di mettere Barack con le spalle al muro in diretta Tv, senza la mediazione dei giornalisti liberaloidi che condurranno i dibattiti. Un Romney che non abbiamo ancora avuto il piacere di conoscere, e che speriamo ci stupirà, per il bene dell’America e del mondo prima che per il suo.

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