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Lo scandalo

Il massacro dei narcos messicani? E' targato Obama

Tra 2009 e 2010 il governo americano ha lanciato l'operazione Fast and Furious: armi ai narcotrafficanti per scoprire i pesci grossi. Risultato: missione sfuggita di mano e 57 morti. Ma il ministro della Giustizia Holder, protetto da Barack, non vuol dire la verità

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Eric Holder

Eric Holder

Riesplode lo scandalo “Fast and Furious”, con la notizia, data da Univision TV, che le autorità messicane hanno collegato un paio di stragi di teenager alle armi improvvidamente consegnate da un’agenzia governativa Usa del Dipartimento di Giustizia di Obama ad alcuni membri dei cartelli della droga messicani. Il piano, fallito, era di “seguire” queste armi per risalire ai vertici delle bande per debellarli. Ma successe tutt’altro: i contrabbandieri presero i mitra, fecero sparire le loro tracce, e usarono poi ovviamente le armi per la loro attività. Almeno un paio di agenti americani di confine sono stati uccisi con la dotazione di “Fast and Furious” (il nome in codice dell’operazione) e ciò aveva già portato mesi fa alla censura di disprezzo del Congresso nei confronti di Eric Holder, il ministro democratico della Giustizia, per il suo ostinato rifiuto di dare agli inquirenti della Commissione parlamentare tutta la documentazione sul caso, al fine di individuare le responsabilità del governo e della Casa Bianca. Ora, attraverso il confronto dei numeri di matrice delle 2000 armi americane arrivate ai cartelli e le 100mila recuperate dalla polizia messicana nel 2009 e 2010 nella lotta al narcotraffico, si è scoperto che almeno in 57 casi di assassini e assalti armati i mitra usati sono stati quelli di Fast and Furious. Il numero di messicani morti per i proiettili di queste armi sono non meno di 300, e le ultime rilevazioni hanno individuato 16 persone, quasi tutti minorenni, ammazzati in gennaio del 2010 a Juarez durante una festa di compleanno da banditi armati dei fucili di Holder. 

Alcuni famigliari degli uccisi (tra le vittime ci furono anche dei passanti, non solo membri di cartelli avversari) stanno premendo sul governo messicano per avere giustizia, e ci sono avvocati che stanno valutando se e come querelare gli Usa per la parte avuta nella fornitura delle armi. Non c’è possibilità, comunque, che questo scandalo, finora represso, possa esplodere sulla campagna elettorale prima del 6 novembre, costringendo finalmente alle dimissioni Holder, come hanno già chiesto da tempo vari parlamentari repubblicani, tra i quali anche il candidato vice di Romney, Paul Ryan. Se c’è una cosa in cui il gabinetto Obama si è distinto, infatti, è di saper tenere ben saldo il coperchio sui pentoloni degli scandali che hanno colpito i suoi rappresentanti. Cominciò a resistere Tim Geithner, il ministro del Tesoro che si presentò macchiato di una colpa non lievissima, visto il suo ruolo: evasore dei contributi previdenziali nel periodo in cui era stato funzionario di una banca internazionale. Ultimamente, c’è stato il LibiaGate che ha coperto vergognosamente le carenze dei servizi e del dipartimento di stato nel prevenire, nell’indagare, e nell’assegnare le responsabilità per la uccisione a Bengazi dell’ambasciatore Usa Chris Stevens e di altri 3 americani. Non si sono finora dimessi né Susan Rice, che da diplomatica obamaniana all’Onu disse che la colpa era del filmino su Maometto, né Clapper, che da capo dell’Intelligence ha fatto il gesto patetico di immolarsi per salvare Obama addossandosi la colpa di non aver capito che era stata Al Qaeda ad agire. Eppure, il povero diplomatico lo aveva persino scritto sul suo diario personale. Da un anno, infine, è il “muro” di Holder che resiste, ben coperto da Barack. In realtà ad essere veramente responsabili della permanenza al loro posto di figure che non lo meriterebbero sono i giornali e le Tv che, da quando c’è Obama, hanno usato nei confronti del suo staff i guanti di velluto, e la mascherina davanti agli occhi. 

di Glauco Maggi 

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