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Complimenti per la trasmissione

Tortora, un caso di espiazione collettiva

La fiction sul calvario giudiziario del papà di Portobello

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
Ricky Tognazzi /Tortora

Ricky Tognazzi, anche truccato, non possiede nulla dell’allegra malinconia di Enzo Tortora; nè del carisma che gli consentiva di fare 27 milioni di spettatori a botta. Sarà il nasone. O il cerone.

E la stessa fiction Il caso Enzo Tortora- dove eravamo rimasti? (Raiuno, domenica e lunedì. Il sottotitolo si riferisce alla battuta con cui il presentatore ritornò a Portobello, febbraio ’87, dopo tre anni di calvario giudiziario) si scontra molto con la realtà. Sia nella ricostruzione giudiziaria, sia nell’impianto che alterna flashback coloratissimi: la figlia di Enzo, Gaia, la ritiene un “romanzetto d’appendice”. In effetti pare girata quasi sotto la cappa dell’espiazione collettiva. Si fossero mobilitati per Tortora i giornalisti, i politici o gl’intellettuali che si mobilitarono per Sofri, probabilmente non avremmo avuto l’ignobile imperlata di pentiti finti e mitomani, di agendine di camorristi con nomi travisati, di accanimenti di pm che sbagliando hanno fatto carriera. Ciòdetto, la fiction Enzo Tortora è sicuramente un lavoro decoroso, dalla narrazione sincopata. Specie nelle scene di Tortora/Tognazzi in cella con i detenuti Francesco Venditti e l’ottimo Tony Sperandeo (che ha l’asma e riceva da Enzo un ventilatore in regalo); anche se, a tratti, sembra di vedere Le ali della libertà o Papillon, è resa tutta l’umanità di Tortora mentre s’ostina a non chiedere gli arresti domiciliari perchè innocente. Alcune frasi grondano retorica, e forse non sono mai state pronunciate: «I giudici, per salvare il nome e la faccia,  sono costretti a condannarmi», grida Tortora all’avvocato Della Valle. Altri elementi sono forse eccessivamente novellizzati: lo sputtanamento del pentito Melluso ad opera di Vallanzasca; il dramma dei togati “buoni” in camera di Consiglio (bravo Rigillo); il flashback con cui Tortora si pente delle lettera scritta contro Walter Chiari, «nessuno è innocente...».  Epperò il racconto si lascia guardare, vince le serate (20%), commuove. E pure il nasone di Tognazzi si ridimensiona, mentre al processo pronuncia la famosa arringa: «Io vi dico sono innocente, lo grido, lo dicono le carte… spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi».

Ps: solo la Rai poteva inserire come sponsor del film le “calzature Melluso”..

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