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Complimenti per la trasmissione

Tortora, un caso di espiazione collettiva

La fiction sul calvario giudiziario del papà di Portobello

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Ricky Tognazzi /Tortora

Ricky Tognazzi, anche truccato, non possiede nulla dell’allegra malinconia di Enzo Tortora; nè del carisma che gli consentiva di fare 27 milioni di spettatori a botta. Sarà il nasone. O il cerone.

E la stessa fiction Il caso Enzo Tortora- dove eravamo rimasti? (Raiuno, domenica e lunedì. Il sottotitolo si riferisce alla battuta con cui il presentatore ritornò a Portobello, febbraio ’87, dopo tre anni di calvario giudiziario) si scontra molto con la realtà. Sia nella ricostruzione giudiziaria, sia nell’impianto che alterna flashback coloratissimi: la figlia di Enzo, Gaia, la ritiene un “romanzetto d’appendice”. In effetti pare girata quasi sotto la cappa dell’espiazione collettiva. Si fossero mobilitati per Tortora i giornalisti, i politici o gl’intellettuali che si mobilitarono per Sofri, probabilmente non avremmo avuto l’ignobile imperlata di pentiti finti e mitomani, di agendine di camorristi con nomi travisati, di accanimenti di pm che sbagliando hanno fatto carriera. Ciòdetto, la fiction Enzo Tortora è sicuramente un lavoro decoroso, dalla narrazione sincopata. Specie nelle scene di Tortora/Tognazzi in cella con i detenuti Francesco Venditti e l’ottimo Tony Sperandeo (che ha l’asma e riceva da Enzo un ventilatore in regalo); anche se, a tratti, sembra di vedere Le ali della libertà o Papillon, è resa tutta l’umanità di Tortora mentre s’ostina a non chiedere gli arresti domiciliari perchè innocente. Alcune frasi grondano retorica, e forse non sono mai state pronunciate: «I giudici, per salvare il nome e la faccia,  sono costretti a condannarmi», grida Tortora all’avvocato Della Valle. Altri elementi sono forse eccessivamente novellizzati: lo sputtanamento del pentito Melluso ad opera di Vallanzasca; il dramma dei togati “buoni” in camera di Consiglio (bravo Rigillo); il flashback con cui Tortora si pente delle lettera scritta contro Walter Chiari, «nessuno è innocente...».  Epperò il racconto si lascia guardare, vince le serate (20%), commuove. E pure il nasone di Tognazzi si ridimensiona, mentre al processo pronuncia la famosa arringa: «Io vi dico sono innocente, lo grido, lo dicono le carte… spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi».

Ps: solo la Rai poteva inserire come sponsor del film le “calzature Melluso”..

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Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...

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