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Corsa alla Casa Bianca

Terzo faccia a faccia, ha vinto Obama. Ma siamo sicuri?

A caldo tutti sicuri: meglio il presidente. Eppure secondo i sondaggi il vantaggio di Mitt Romney sta crescendo ancora

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Terzo faccia a faccia, ha vinto Obama. Ma siamo sicuri?

di Glauco Maggi

Nell’ultimo dibattito sulla politica estera di lunedì sera a Boca Raton, forse, e sottolineo forse, Obama avrà anche vinto nei sondaggi fatti a caldo tra gli spettatori, per esempio per 48 a 46 secondo la CNN. Ma intanto, stamane, per Rasmussen il distacco tra Mitt Romney e Barack è salito di due punti, a 50 su 46. E nel “focus group” che contava più di tutti ieri sera, quello del campione di indecisi presenti nello studio televisivo della CBS in Ohio, a imporsi è stato nettamente Romney. Ormai, anche i non addetti che si sono messi a seguire le vicende della corsa presidenziale nelle ultime settimane, una cosa hanno imparato: che l’Ohio, con i suoi 18 superdelegati, è la preda più ambita del repubblicano. Nessun candidato del GOP è mai diventato presidente senza essersi affermato in questo Stato, e se Mitt non ce la facesse qui, la strada si farebbe veramente impervia, perché dovrebbe sfondare in alcune tra le altre roccaforti tradizionalmente più democratiche, come la Pennsylvania, il Nevada, il Wisconsin e il Michigan. 

Dunque, il successo locale in Ohio, per quel che valgono i sondaggi tra gruppi di poche persone, consegna agli ultimi 13 giorni di campagna un Mitt che sa di potersi ancora giocare le sue carte. Nel valutare il peso reale dei tre confronti tra i due big (e del quarto tra il giovane secchione dei bilanci Paul Ryan e la vecchia oca-giuliva Joe Biden) bisogna capire chi aveva messo in palio che cosa, a proposito delle strategie scelte in funzione dei propri obiettivi. E, al di là dei numeretti già dimenticati usciti dagli instant-poll, il netto vincitore del torneo a tre sfide è sicuramente Romney. Il repubblicano aveva una missione, classica per chi è lo sfidante: farsi conoscere dal largo pubblico, le decine di milioni che non seguono gli editoriali dei giornali né si appassionano alle ore di dibattiti sulle Tv via cavo ma decidono, appunto, di assistere ai match finali. Mitt è riuscito, in tutti e tre le apparizioni, e soprattutto nella prima che era la più importante, sia per i contenuti (l’economia) sia perché era l’occasione di presentarsi come novità, a lasciare di sé l’immagine di una persona seria, rispettabile, moderata, vogliosa di lavorare con i Democratici come aveva saputo fare da governatore del Massachusetts. E’ stato chiaro e credibile nell’esporre il suo piano per i prossimi 4 anni, facilitato dal fatto che nello stesso tempo ha potuto dimostrare, con i numeri, il fiasco dei 4 anni di Barack sul debito, sui deficit, sulla crescita, sulla disoccupazione. E, in politica estera, ha puntato solo a far vedere che non è un guerrafondaio alla Bush, che non farà colpi di testa, ma che rimetterà l’America nel suo ruolo di guida nel mondo grazie al fatto che la sua ricetta la farà tornare ricca e potente in casa, e leader e rispettata fuori. 

Al dunque, gli americani votano il carattere di un candidato, le sue qualità umane, il suo potenziale. I programmi non sono tanto vincenti per quello che c’è scritto dentro, ma per come vengono proposti e argomentati. Romney doveva vincere la sfida della sua piena presentabilità, e c’è riuscito. E’ anche vero che i due nuclei più militanti, più consapevoli, più informati, più ideologici, in entrambi i partiti, votano con il cuore votato a destra, o a sinistra. E nessuno nega che Obama e Romney hanno detto tutti e due che si tratta di una sfida per porterà  ad una delle due Americhe: quella pro-crescita, pro-business, pro-libertà individuale che è l’obiettivo del GOP; o quella pro-welfare pubblico, pro-grande governo, pro-socialista che è sempre più nelle corde del partito democratico. Ma questi votanti politicamente motivati hanno già le idee chiare da tempo. E’ alla fetta di indecisi ancora conquistabili che si è dedicato Romney, volutamente convergendo al centro, anche con l’approccio personale non ostile. Tutto il contrario è stato Obama, che aveva impostato la sua campagna sul dare entusiasmo alla sua base, e che ha scelto in parallelo la linea della demonizzazione dell’avversario. Anche con il linguaggio del corpo, il presidente ha fatto capire a tutto il paese che lui odia Mitt, e quello che rappresenta: l’uomo d’affari di successo, il liberista. 

Per questo lo ha attaccato di continuo sul piano personale, sperando di provocarlo e di farlo deragliare dal suo spartito. Alla domanda chi è stato più aggressivo, circa il 70% degli spettatori della CNN ha infatti detto Obama e poco più del 20% Romney. Il presidente, in altre parole, è sceso, per scelta, per necessità, o per disperazione, dal trono della sua carica al ring in cui ha scaricato tutti i colpi che aveva sul nemico. Il Messia che aveva vinto con l’aplomb, che era cool e “no drama” , si è ridotto ad essere un litigioso contendente per non perdere la Casa Bianca. Ne è uscita arroganza e piccineria, e a salvarlo nella opinione pubblica generale è la copertura militante della stampa amica, sempre alla ricerca delle gaffe di Romney, ma cieca agli scivoloni di Barack. Per ribattere a Mitt che sosteneva la necessità di rafforzare di navi la marina militare, che avrebbe oggi un numero di unità pari a quelle del 1917, il comandante in capo gli ha detto “abbiamo meno navi ma anche meno baionette e cavalli”. A parte che un marines ha subito twittato “guarda Barack che noi marines le baionette le abbiamo ancora”, svilire il ruolo della marina con un simile paragone, sostanzialmente affermando che si può risparmiare sulle spese per le navi, ha dato anche qui a Mitt quello che voleva: che la Virginia, altro stato in bilico dove si concentrano l’industria navale e le basi portuali, prendesse nota su chi scegliere come comandante in capo.

twitter @glaucomaggi

 

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  • Gianna1

    26 Ottobre 2012 - 00:12

    Complimenti per l'articolo. Un americano non poteva fare meglio.

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  • Gianna1

    26 Ottobre 2012 - 00:12

    Reuters) - Officials at the? White House and State Department were advised two hours after muslim extremists assaulted the U.S. diplomatic mission in Benghazi, Libya, killing four US citizens, on September 11, that an Islamic militant group had claimed credit for the attack, official emails show. ~ Cioè, Obama è un bugiardo patentato che ha tentato di nascondere la verità sull'attacco all'ambasciata americana di Benghasi, dando la colpa al film. La ragione? che la stessa amministrazione americana ha armato i fondamentalisti.

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