Cerca

Complimenti per la trasmissione

Hanno bruciato il ranch di Dallas

La chiusura del sequle del telefilm dopo due puntate

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
adieu Dallas

 

La notizia è che hanno chiuso il sequel di Dallas dopo due sole puntate. Non pensavamo potesse essere così doloroso. Vedere Sue Ellen invecchiata nella conferma di essere un’adultera alcolizzata (alle feste del liceo, anni ’80 le compagne allegramente mignotte con Cola e Bacardi in mano le chiamavamo tutte “Hey, Sue Ellen”…) e  J.R. a ottant’anni, col volto affondato nelle rughe, che sparge il solito fiele da una sedia a rotelle; be’ci ha comunicato un’urticante idea del tempo che passa.

Metteteci che non c’era più la sexy Pamela. E che Bobby, l’unico buono, era ammalato di tumore; e che John Ross figlio di JR e Christopher figlio adottivo di Bobby erano fotocopie in versione un po’ 2.0 dei padri, guerre intestine comprese. Metteteci anche il trivellamento del ranch sotto il quale si scoprono nuovi giacimenti ispirato al film Il petroliere di Paul Anderson, e la cornice usuale dei tradimenti, degli intrighi e dei cattivi modelli a cui tutti i Beautiful del mondo s’abbeverarono. Metteteci, infine, i dialoghi a sfregio istituzionale, tipo “Non preoccuparti, figlio mio. I tribunali sono per i dilettanti e per i deboli di cuore” detto da JR, al figlio che s’accingeva al solito illecito. E otterrete, da un lato, il massimo esempio di struttura iterativa, cioè di situazioni che, dal feuilleton in su, si ripetono all’infinito rassicurando l’utenza. Ma, dall’altro lato, Dallas emaneva, appunto, il doloroso effetto/ nostalgia che si diceva; e la certezza che la cattiveria che alberga nell’animo umano –specie nei texani- invecchia con noi, ed è invincibile. E ciò risultava, onestamente, intollerabile. Su Dallas noi ci siamo cresciuti. Non era soltanto l’emblema del nascente impero Fininvest, strappato alla Rai per un pugno di ceci;  fu anche la prima fiction ad introdurre il modello della malvagità e del cinismo seriali. Dallas col suo trinomio sesso-danaro-potere trasudava l’essenza stessa del reaganismo con addosso un ridicolo cappello da cow boy.  La saga degli Ewing era  il corrispondente di Fantomas, o dei fumetti di Diabolik: talmente terrificante da affascinare. Ora noi, da grandicelli, dentro Dallas abbiamo ritrovato tutti i nostri difetti. E il primo istinto è stato  quello di cambiare canale; il secondo di dare fuoco al ranch di Southfork, con tutti dentro. Qualcuno a Mediaset l'ha pensata come noi... 



Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

blog