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Usa 2012

Le elezioni e gli errori dei sondaggisti

I repubblicani illusi dalle previsioni: ecco perché i sondaggi hanno fallito

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Le elezioni e gli errori dei sondaggisti

I Repubblicani stanno ancora elaborando il lutto della batosta della settimana scorsa, e il primo focus autocritico si è concentrato sui sondaggisti pro GOP, ossia sulle società di analisi del voto su base locale che lavorano direttamente per i candidati e forniscono le “rilevazioni interne”. Sono molti gli esempi clamorosi di previsioni sbagliate anche di 10 punti o più, per esempio quelle sulla Virginia, la Florida e il Colorado, che Romney e i suoi erano convinti di avere già in tasca sette giorni prima del voto. E così per i dati della gara senatoriale in Nord Dakota e in Montana, o per il candidato repubblicano Tom Smith in Pennsylvania, davanti di due punti al democratico Bob Casey secondo i dati di Susquehanna Polling and Research, e che ha finito per perdere con 9 punti di distacco. Insomma una debacle, che spiega il senso di violento sconforto subito, al risveglio dello spoglio, da Romney e dall’intero partito. Come è potuto accadere? L’errore “tecnico” più diffuso è stato nella formazione dei campioni di persone da intervistare. Per creare questa “base”, i sondaggisti fanno delle ipotesi di suddivisione che sono necessariamente arbitrarie: se non è facile essere corretti sul genere (quanti uomini e quante donne voteranno?), e così pure sull’età (quanti in una fascia di giovani, e quanti vecchi?), ancora più complicato è azzeccare la ripartizione tra i sedicenti democratici e i sedicenti repubblicani che effettivamente andranno poi ai seggi. Si può solo scommettere, e quelli vicini al GOP, per esempio Dick Morris, hanno perso nettamente dando per assunto che l’”entusiasmo” dei democratici non fosse allo stesso livello di quello del 2008 (la prima vittoria di Barack), ma piuttosto di quello del 2004 (quando vinse George Bush). Nella realtà, nel 2012 si sono recati a votare tanti democratici quanti lo avevano fatto nel 2008, e ciò spiega il fiasco che ha illuso il GOP. Anche perché sull’”entusiasmo”, che è una componente della decisione di partecipare o meno alle elezioni, influisce la corrente sotterranea dell’attivismo dei partiti nell’organizzare fisicamente l’andata ai seggi. E i risultati  della opposta militanza delle squadre di supporter che girano per i quartieri, che bussano alle porte, che passano giornate a telefonare ad uno ad uno ai propri potenziali elettori si misurano solo la sera del magico martedì di inizio novembre.


Poiché tra i sondaggi più frequentemente riportati dalla stampa americana, e anche da quella italiana (Libero compreso) ci sono state le proiezioni di Rasmussen, che tendenzialmente erano sempre più favorevoli a Romney, è interessante sentire che cosa ha da dire a sua discolpa il titolare, Scott Rasmussen. Insieme con Gallup, Rasmussen Reports s’è classificata 24esima sulle 26 società nazionali per accuratezza (per Rasmussen doveva vincere Romney).
“Le differenze che ho notatto”, ha ammesso il sondaggista in una intervista” sono nella percentuale di votanti bianchi, caduta al 72%, come diceva la campagna Democratica, mentre io avevo ipotizzato oltre il 73%, e poi nei numeri dei giovani, che hanno partecipato in percentuali più alte, e in quelle dei vecchi, che hanno votato in numero minore rispetto alla mia ipotesi.” Cioè su tutto.  In sostanza, ha ammesso Rasmussen, i risultati mostrano che “chiaramente il team Obama ha avuto una grande prestazione nell’identificare i loro votanti e nel portarli ai seggi”. Per i sondaggisti che vogliono rimanere nel business (che per loro è la credibilità che viene dalla accuratezza delle previsioni) il capire gli errori nei sondaggi è importante per cercare di sbagliare di meno la prossima volta ed essere ancora presi sul serio. Sarebbe auspicabile un cambio della metodologia.  Ma per il partito che ha perso e che punta alla rivincita, l’obiettivo di evitarsi la doccia fredda al prossimo spoglio è solo un obiettivo che deve andare di pari passo con la individuare degli sbagli strategici commessi, compito ben più serio e complicato. E non capire che elettorato hai davanti è l’abc. Su questo, l’esame è appena partito e ne daremo conto nei prossimi articoli.
Glauco Maggi

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Commenti all'articolo

  • Liberal81

    18 Novembre 2012 - 23:11

    Il suo livore verso Obama non conosce davvero confini, trasuda persino dall'articolo sulla strage di Bengazi. Sono morte delle persone, abbia "giornalisticamente" contegno. Tuttavia, voglio contribuire alla sua analisi: sa perchè il GOP ha perso e i suoi sondaggisti non ci hanno capito un "H"? Perchè sono vecchi. Non sanno che i sondaggi oggi si fanno su FB e Google, che il telefono fisso a casa ce l'hanno sempre meno persone (senz'altro non i meno abbienti), perchè l'imbroglio Reaganiano è F I N I T O, perchè una squadra di matricole universitarie nerds ha smantellato il metodo "Boffo" del suo mefistofelico compare Karl Rove (che figura da fesso che ha fatto!), perchè la prossima volta che il GOP vincerà sarà perchè avrà cambiato idea su welfare, economia e immigrazione. Margareth Tatcher disse "Il mio più grande successo? Di sicuro la nascita del New Labour di Blair". Obama, specularmente, potrà dire la stessa cosa dei Repubblicani americani. Cordialità.

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