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Libia amara

Il caso Bengazi ferirà Obama: la prima maledizione del secondo mandato

Se anche non si arriverà all'impeachment sognato da qualche repubblicano, l'immagine di Barack ne uscirà peggiorata

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Il caso Bengazi ferirà Obama: la prima maledizione del secondo mandato

Saprà Obama evitare la “maledizione del secondo mandato”? Quando un presidente vince il suo bis, l’amministrazione tende a farsi più arrogante, crede di poter fare quello che vuole perché non solo è stata riconfermata dal voto, ma non deve più temere un prossimo giudizio popolare. Abbassa il livello di quella sana cautela che viene esercitata nei primi quattro anni, e cade fatalmente in scandali personali o gestionali. Richard Nixon sprofondò nelle menzogne per coprire lo spionaggio contro i Democratici al Watergate, e dovette addirittura dimettersi prima della scadenza. Ronald Reagan ebbe macchiata dall’affare Iran-Contras la sua altrimenti stellare reputazione per aver aggiustato l’economia e preso di petto il blocco sovietico fino a batterlo. Bill Clinton fu a un passo dall’impeachment per la sordida storia (tra le tante della sua vita libertina) con l’intern Monica Levinski e finì tanto in disgrazia che Al Gore, il suo vice, gli chiese di non farsi vedere mentre faceva la campagna per succedergli alla Casa Bianca. George Bush, eroe per la leadership mostrata nella risposta all’11 settembre 2001 nel primo quadriennio, vide la sua reputazione precipitare per gli errori nella guerra in Iraq, lo scandalo Abu Ghraib, e infine per la figuraccia nella gestione dell’uragano Katrina. 

Ora tocca a Obama. Nel suo primo “tempo” si è messo all’occhiello il merito di aver fatto fuori Osama Bin Laden, e ha ottenuto sulla fiducia altri 4 anni, anche senza aver mostrato alcun risultato positivo su crescita e posti di lavoro, grazie ad una campagna molto efficace, molto disciplinata e spregiudicata nella mobilitazione della sua base, e molto aiutata da una stampa amica: ma in politica questi sono tutti meriti. A tempo di record, però, proprio la gestione della vicenda dell’ambasciatore americano a Bengazi ucciso insieme a tre altri ufficiali Usa da terroristi affiliati ad Al Qaeda si è già candidata ad essere la sua prima “maledizione”. L’attacco che ha colpito a morte Chris Stevens, il primo diplomatico a cadere per servizio da tre decenni, è avvenuto l’11 settembre 2012, tecnicamente quindi nel corso del primo mandato. Ma la data cruciale dell’anniversario del giorno più tragico della moderna storia americana, e l’intero svolgersi degli eventi di prima, durante, e dopo l’atto terroristico sono una bomba ad orologeria che è destinata a scoppiare nel corso del secondo quadriennio. Ieri David Petraeus ha detto al panel dei deputati della commissione dei servizi, a porte chiuse, che la Cia aveva capito subito, e scritto nel suo primo memo, che era stato un attacco terroristico e non l’epilogo di una manifestazione popolare mossa dalla rabbia islamica per il video su YouTube contro Maometto. Poi, passando al vaglio di “altre agenzie e altri responsabili”, il rapporto è stato depurato dei riferimenti al terrorismo e, per giorni e giorni, dalle bocche dei rappresentanti della Casa Bianca (l’ambasciatrice Susan Rice all’Onu, il portavoce di Obama, il presidente stesso ancora all’Onu) è stata diffusa e avvalorata la versione che faceva comodo politico alla campagna di Barack. Nelle ultime settimane prima del voto, Obama non voleva che venisse clamorosamente smentita la tesi che Al Qaeda era stata eliminata e che “l’onda della guerra stava recedendo”, lo slogan pacifista che andava per la maggiore nel corso dell’anno perché doveva preparare un esodo accelerato dei soldati Usa dall’Afghanistan. 

La situazione adesso è fluida, perché i repubblicani sono intenzionati ad andare fino in fondo. Tre senatori hanno chiesto l’istituzione di un comitato speciale congressuale bipartisan, tipo Watergate (dove non morì nessuno), con poteri di indagine sull’intero  processo che ha portato all’uccisione dei quattro americani in servizio a Bengazi,  e poi alla pasticciata, per essere teneri,  reazione dell’amministrazione. Dovrà essere ricostruito il viaggio di quel memo, chi lo ha corretto e perché. Chi sapeva che cosa, e quando, del ruolo dei terroristi e della non esistenza di nessun corteo, e quindi il nome, il rango, la fonte di quella bufala palese. Un conto è individuare chi ci può essere dietro, dentro, e a dirigere, una manifestazione di popolo che si svolge in una piazza e coinvolge una massa di gente. Ma quando una tale manifestazione proprio non c’è, nessun testimone la riporta, ma si materializza in dichiarazioni formali. E invece nella realtà compare, di notte, un drappello di alcune decine di militanti armati di bazooka, mortai e bombe che mettono a ferro e fuoco un consolato e una sede della Cia distante un miglio ammazzando 4 persone, bisognerà che alla fine qualcuno spieghi l’origine di questa “ricostruzione”. I democratici cercheranno di resistere alla formazione della commissione speciale, accampando la scusa del “silenzio su Al Qaeda per non dare ai terroristi il vantaggio di sapere che eravamo sulle loro tracce”. Qualcuno lo ha già fatto trapelare, ma è una tesi patetica. La Cia sapeva dei campi di terroristi sulle colline di Bengazi da mesi, Stevens aveva chiesto rinforzi svariate volte, e la Croce Rossa e i diplomatici inglesi avevano chiuso le loro sedi dopo essere stati attaccati. C’era di fatto una guerra in Libia, ma Obama e la Clinton speravano di poterla ignorare e tenerla nascosta, almeno fino al 6 novembre. A proposito di Hillary, il segretario di Stato sarà interrogato in dicembre dai parlamentari, e dovrà dar seguito alla sua assunzione di responsabilità bisbigliata dal Perù qualche settimana dopo l’attacco. Dovrà stare attenta a non dire bugie su ciò che ha saputo dei pericoli ai suoi diplomatici e sul perché non li ha aiutati quando chiedevano protezione. Se pensa a correre nel 2016 deve uscire credibile e pulita da questa vicenda. Anche se sta per lasciare il governo, Bengazi resterà però roba sua, come lo è per Obama. I Clinton e Barack sono sulla stessa barca, le loro sorti sono appese alla verità scomoda dei fatti libici, che per ora è nascosta sotto troppe reticenze e contraddizioni. Riuscirà il GOP a non mollare nella sua battaglia? Molto dipenderà dalla pressione dell’opinione pubblica, e dal “giornalismo investigativo” dei reporter americani dei maggiori giornali e tv. Bravissimi se devono dare contro i Nixon e i Bush, finora verso Obama sono stati servili, acquiescenti, protettivi, simpatetici, acritici. Non c’è motivo di credere che cambieranno approccio. Solo fughe di documenti di qualche whistleblower potrebbe far vedere che il re è nudo, con conseguenze imprevedibili. Ma è comunque certo che la vicenda, se anche non porterà all’impeachment sognato da qualche repubblicano, lascerà una seria ferita sulla immagine di Obama. La prima “maledizione” del suo secondo quadriennio.

di Glauco Maggi   

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Commenti all'articolo

  • Liberal81

    18 Novembre 2012 - 23:11

    "eroe"!!!! buahahahahaah! Scusi Maggi, non riesco più a scrivere! Si vergogni.

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