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Sprechi nell'azienda americana

Il fallimento di Hostess e delle merendine. Un caso molto italiano...

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Il fallimento di Hostess e delle merendine. Un caso molto italiano...

L’Italia capita che si fermi, o quasi, per 19 dipendenti della Fiat licenziati. In America, un numero mille volte più grande di operai e impiegati rischia il posto (i 18.500 della Hostess Brand) ma non ci sarà alcuno sciopero nazionale di sostegno. E Obama non interverrà (poi vi spieghiamo perché). E’ una vicenda che, pur se il presidente ha altri 4 anni per fare di tutto per traghettare il suo paese nel viaggio di Colombo a ritroso, verso Lisbona e di qui a Madrid, Roma, Atene (e adesso possiamo aggiungere la Francia di Hollande), gli Stati Uniti hanno, forse, ancora la possibilità di un futuro capitalistico. 

La Hostess produce biscotti, torte, merendine, e lo fa da 82 anni. Il suo prodotto-ammiraglio, gli snack Twinkies, sono popolarissimi. Come lo erano i panettoni Alemagna e i gelati Motta 40 anni fa, quando, finite le ditte dei fondatori private sotto il controllo della SME (società alimentare del settore pubblico) furono vittima di storie industriali disastrose (i marchi sopravvivono ora come parte di gruppi privati, Nestlè e Bauli).  Perché l’accostamento? Perché, dopo le acquisizioni da parte della SME, i due gruppi negli Anni Settanta andarono in crisi, strozzati dai manager della gestione pubblica e dal sindacato che, in simbiosi politica (cioè usando le casse statali) riuscivano a tenere a libro paga d’inverno i gelatai e d’estate chi faceva i panettoni. Il professor Sicca dell’Università di Napoli, esperto di strategie d’impresa, tra le cause del fallimento riportò in una sua analisi sulla SME  “un generalizzato aumento dei costi, con particolare riguardo a quelli di personale. […] Il costo orario della manodopera industriale era passato da circa L. 1.700 a circa L. 4.500. […]”. (Fonte: “La gestione interna della SME, il caso Motta-Alemagna” di Federico Chiaricati ) . 

(Per un’ovvia associazione di idee mi è venuto in mente un altro caso, che conosco direttamente perché, e parliamo sempre degli Anni Settanta, lavoravo allora al Corriere della Sera, azienda privata e iper-sindacalizzata: ricordo che ai fattorini che portavano bozze e lettere varie non era permesso fare le scale, così ogni piano aveva il suo “organico”). 

Facciamo il salto all’America di oggi e scopriamo che alla Hostess, tra le “regole” di lavoro che il sindacato interno dei camionisti aveva ottenuto, c’era quella di usare due diversi camion, uno per portare le torte ed uno per portare le merendine, ad uno stesso supermercato. Con un esempio così, si immagini il resto. La storia delle union tanto potenti da imporre misure costosissime, e assurde, di gestione produttiva si ripresenta tale e quale, decenni dopo i casi italiani, e non può che produrre gli stessi risultati.

Ma come ha potuto, la Hostess, sbracare “all’italiana”? Nel 2009 la ditta era finita già in bancarotta per problemi di mercato e di concorrenza, di costi del lavoro crescenti per la forza sindacale interna, e di management inadeguato. A “salvarla” intervenne un fondo di private equity, Ripplewood Holdings. Sì, una società finanziaria della stessa lega della Bain Capital di Mitt Romney, solo che questa è stata fondata da Timothy Collins, Democratico di lunga pezza, amico e finanziatore dell’ex Speaker della Camera Richard Gephardt. Il quale tentò anche di fare il presidente prima di diventare lobbista dei sindacati, di cui era stato il portabandiera in tutta la sua carriera politica. 

Collins, confidando nell’amicizia con i democratici e le union cementata dall’inserimento del figlio di Gephardt nel board della Hostess a 100 mila dollari l’anno, pensava di instaurare un clima di relazioni amichevoli nelle trattative con i dipendenti. Per dimostrare che era un liberal sostenitore delle cause dei lavoratori, diventò padrone  caricandosi di 670 milioni di debiti pregressi per uscire dalla bancarotta, e ottenne 110 milioni di risparmi gestionali. Pochi, dicono oggi i suoi critici, tra i quali ci sono i clienti che rischiano di perdere i 130 milioni investiti nell’operazione. 

Ora il caso Hostess rischia infatti di concludersi con la liquidazione dell’intera azienda. Il buonista e illuso Collins ha portato i libri in tribunale, arrendendosi alla rigidità dimostrata dal sindacato interno dei pasticceri, che è sceso in sciopero respingendo ogni richiesta di abbassare il costo del lavoro, anche dopo che quello dei camionisti aveva accettato un pacchetto di riduzioni. Il giudice del fallimento ha richiesto che le parti tornino a trattare ancora per 48 ore, ma se Collins non ha l’accordo economico indispensabile per andare avanti, i 18.500 perderanno il posto. E’ vero che ci sono altri gruppi (Flowers Foods e Grupo Bimbo per esempio) interessati a rilevare marchi e porzioni aziendali, ma con questi precedenti i nuovi compratori firmeranno solo dopo che i sindacati saranno scesi a miti consigli nelle loro pretese di salario e normative. 

L’aspetto ironico-politico della vicenda è nelle reazioni. Obama (che ha altri problemi) non ha intenzioni, né poteri, per intervenire. Di sicuro non è sul tavolo del governo alcuna idea di nazionalizzazione (ecco perché, forse, c’è qualche speranza nell’America: almeno non farà la sua SME, quattro decenni dopo la nostra) , ma Obama non attaccherà neppure uno dei suoi maggiori donatori per essere un “Romney”. La versione del Private Equity in mano ai militanti democratici, ossia le tante Bain Capital guidate da finanzieri di sinistra, continueranno a esistere ed operare, sempre cercando di fare soldi investendo e ristrutturando. Magari faranno meno margini della Bain perché sono meno bravi e meno professionali,  politicamente più proni e compromessi con il potere, più inclini agli scambi di favori. Ma sono qui per restare. E quando un loro affare va male dai sindacati riceveranno sberle, anche se dalla sinistra politico-affaristica continueranno a godere del sostegno (silenzioso e interessato) dei Gephardt e degli Obama. 

“Quello che sta succedendo alla Hostess Brands è un microcosmo di ciò che di sbagliato sta avvenendo in America, nel momento in cui avvoltoi di Wall Street in stile-Bain fanno se stessi ricchi rendendo povera l’America”, ha tuonato il capo del sindacato AFL-CIO Richard Trumka. Spudoratamente usando la Bain come offesa, e senza citare la “fede democratica” di Collins, Trumka, che la settimana scorsa ha fatto visita ad Obama alla Casa Bianca, rappresenta l’avanguardia del movimento per la europeizzazione dell’America. E mentre gli iscritti alle Union del settore privato negli Stati Uniti sono il 7% dei lavoratori, il totale sulla popolazione dei dipendenti sale al 13% (grazie al 36% dei “pubblici). Presumendo che quelli del GOP (metà dei votanti) siano seri nel mantenere la barra americana sulla rotta della libertà d’impresa, resta da vedere chi vince nell’altra metà tra i Collins e le Unions.  

Glauco Maggi

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