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L'esito delle presidenziali

L'America dell'Obama-bis
sempre più simile all'Europa
liberal e indebitata

Ai seggi quasi la metà dei votanti Democratici (il 46%) si sono dichiarati “liberal”, un balzo di 7 punti dalle elezioni del 2004

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

L'America dell'Obama-bis
sempre più simile all'Europa
liberal e indebitata

Com’è la vittoria elettorale dei Democratici vista dalla parte dei vincitori? Una tappa nella marcia verso la trasformazione irreversibile dell’America in “paradiso dei liberal”, è la speranza della parte più progressista del partito, ancora eccitata dal successo: il bis di Obama, e persino un paio di senatori e cinque o sei deputati in più. E hanno anche qualche altro numero dalla loro: agli exit polls, quelli che si sono dichiarati “liberal” sono stati il 25% dei votanti, in crescita dal 22% del 2008 e dal 17% che erano nel 1984, quando Ronald Reagan vinse il secondo mandato con il suo messaggio “Buon Giorno America!”. E’ vero che i sedicenti “conservatori” si sono mantenuti al 35%, ma anche sulla reale natura di questa “anima cultural-politica” del paese gli esponenti della sinistra americana mostrano scetticismo. E anzi quasi decretano la morte del conservatorismo che, come quella del capitalismo annunciata allo scoppio della crisi finanziaria del 2007-2008, è sempre un tema ricorrente a sinistra dopo le sconfitte elettorali del GOP. 

“Il presidente Obama ha creato un riallineamento genuino a livello nazionale che potrebbe continuare a influenzare per gli anni a venire la politica americana”, hanno scritto Ruy Teixera e John Halpin, esperti di politica al Center for American Progress, uno dei pensatoi della sinistra. E la stessa parola “liberal”, che in America era considerata sinonimo di estremismo fino a qualche tempo fa, ora lo è sempre di meno. Nella notte del voto, ai seggi quasi la metà dei votanti Democratici (il 46%) si sono dichiarati “liberal”, un balzo di 7 punti dalle elezioni del 2004. “Ho sempre pensato che l’assunto dei Repubblicani secondo il quale l’America è un paese di centro-destra fosse profondamente errato”, ha detto l’ex ministro del lavoro di Obama Robert Reich, che ora insegna “politiche pubbliche” alla Università californiana di Berkeley. “La gente può essere su posizioni diverse su quanto grande vogliono che sia il governo, e su che cosa vogliono che il governo faccia, ma noi americani siamo molto tolleranti e inclusivi”.

Ma la vittoria di Obama è stato un capolavoro di unione tra due sfere della vita delle persone. La prima è quella relativa alla “inclusione” e alla “grande tolleranza” sui temi civili  e sociali, cioè sulla sanatoria dell’immigrazione irregolare per le minoranze (ispanici soprattutto), sull’apertura alle nozze gay (tre nuovi stati hanno passato il 6 novembre la legge che le legalizza, e il totale è ora di 9), sulla difesa del controllo delle donne sulla propria facoltà riproduttiva (aborto), e persino sul permissivismo della maryiuana “per divertimento” (con i due referendum vinti dai “pro-erba libera” in Colorado e Washington State). La seconda sfera è l’economia, dove i segnali non sono altrettanto univoci nella direzione della “socialistizzazione” del Paese. E’ vero che è cresciuta la quota di popolo di fatto asservito al welfare pubblico (con il record di buoni pasto per i poveri e di pensioni per infortuni, “malattie e disabilità”) che ha votato Obama per gratitudine (è la tesi di Romney e del conduttore televisivo di Fox Channel Bill O’ Reilly, il più celebre e seguito in prima serata) o per cause e bisogni reali di cui il GOP non può non tener conto nel suo prossimo messaggio politico complessivo. Ma una maggioranza di americani ha comunque indicato di essere scontenta della soluzione Obama (che non ha creato posti in 4 anni e dilatato il debito a 16 mila miliardi) e della direzione in cui va il Paese sul piano della crescita e del dinamismo economico.

Due trend appaiono quindi netti: quello di un paese che sta abbracciando sempre di più il “liberalismo” personale (gay, aborto, droghe) , e quello dello stesso paese che consegna a un partito che non lo convince affatto le redini dell’economia e della ripresa. I Democratici hanno di fatto espulso quasi l’intera componente dei moderati tra i propri parlamentari (i “blue dogs”, come erano chiamati i democratici difensori del bilancio sano e antideficit sono al lumicino) e quindi viaggiano spediti verso il baratro fiscale delle casse pubbliche puntando a un futuro europeo di tagli alla difesa, di esplosione dei buchi di pensioni e sanità, di stimoli pagati a debito. Cioè, non cambieranno nel verso di una maggiore responsabilità fiscale, ma se mai spingeranno per più tasse, e più regolamentazioni. I repubblicani, invece, sui temi sociali (immigrati, gay, aborto) stanno vivendo un travaglio serio: che sia più pragmatismo o più convinzione sincera è un affare di coscienza dei singoli individui (del resto, il 50% dei  cattolici hanno votato Obama, e quindi il giudizio su aborto e gay i Democratici cristiani non l’hanno portato con sé al seggio).

Quindi il GOP in futuro potrebbe “allinearsi” al paese sui temi sociali, e riacquistare peso politico da spendere per aggiustare economicamente il sistema. I Democratici, che  tendono come si è visto a spostarsi sempre più a sinistra, sono già “socialmente liberal” al massimo o quasi, ma non si vede come potrebbero recuperare una dimensione capitalistica all’americana in cui palesemente non credono e che denunciano appoggiando persino Occupy Wall Street. Suona un po’ come una corsa contro il tempo. Riuscirà il GOP a fermare lo snaturamento dell’America capitalista? 

di Glauco Maggi 

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