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Complimenti per la trasmissione

Elogio della bigiata (o dell'atto romantico di marinare la scuola)

Solo nei tg locali l'addio di un trito antico da liceali

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
scene da liceo (e da liceali...)

 

Bigiare. Si fa presto a dire bigiare. Ai tempi del liceo, a Verona, avesse avuto il minimo sospetto di una mia  “astensione” dalle lezioni, il babbo mi avrebbe cancellato la paghetta, scorticato vivo e appeso, probabilmente nudo, sul più alto pennone della Brà, trafitto dal ludibrio della folla. 

Così accolgo con spiazzamento la rassegnazione (ripresa solo dai tg locali della Lombardia...), l’altro giorno, di un’insegnante di un liceo di Lecco: «Ora è quasi impossibile marinare la scuola: se l’alunno vuole bigiare, i genitori sono addirittura propensi a firmagli direttamente la giustificazione...». Tecnicamente, quindi, non è bigiata, intesa come evasione di classe; semmai è favoreggiamento. Però, le parole della suddetta prof, si velano di tristezza. Sono come quelle del maestro Perboni nel libro Cuore, quando esordiva con gli studenti: «Io non ho famiglia. La mia famiglia siete voi...» mentre i ragazzi se ne fottevano altamente e, anzi, l’orrido Franti era già pronto a crivellarlo di gessetti. Sono parole che inducono riflessioni su un mondo ingoiato dalle nuove tecnologie e dall’eccesso di condiscendenza dei nuovi genitori verso i figli; figli bamboccioni, intronati come marmotte, che si permettono di sprecare le loro giovanili trasgressioni nella stanzetta di casa, col naso piantato su Facebook e la mamma che li nutre ad hamburger e patatine. Mentre in sottofondo scorrano le note, terrificanti, del Gangnam Style. I prof si sono arresi. Bigiare, fare salato, fare sega, fare girello fare filone, bruciare, abbuttare, strokkare, limare, perfino giampare; di quanti sinonimi brilli in tutt’Italia e per quanto l’atto del marinare la scuola sia elemento antropologico comune a tutte le culture, oggi rischia l’oblio. Ed è un peccato.

Da noi, nel profondo nordest, lo chiamavano «berna». Ed era, al contempo un’ordalia, la sfida al giudizio divino del preside; e un rito d’iniziazione tipo quello di Richard Harris innalzato per i capezzoli sul totem Sioux nell’Uomo chiamato Cavallo. Non sentivi il dolore del rimorso, in senso stretto; perchè eri sopraffatto dalle palpitazioni, dalla vertigine della sfida, dal senso del proibito. Quando al liceo Maffei di Verona («Si fa sciopero per la fame nel Bangladesh/dopo un’ora siamo in tre...», cantavano i Gatti di Vicolo Miracoli, stessa scuola) risuonava il richiamo al salto dell’ora di matematica, o di matematica e latino, o -eversione pura- dell’intera mattinata, scattava un’organizzazione perfetta. Gli studenti si smaterializzavano dalle scale uno ad uno. C’era chi riappariva in una sala da biliardo con gli occhiali da nerd appannati dal fumo di una sigaretta, nascosta nel doppiofondo dello zainetto. Chi s’infrattava con le prime ragazzine rivelatesi d’una perizia tecnica che mai avresti detto (una, la Federica oggi è una nota pornostar...). Chi si trovava a giocare a calcetto, correndo in silenzio, a testa bassa, morso dal senso di colpa e, soprattutto, dalla paura di essere beccato financo dal vicino di casa. C’era chi -i più coraggiosi- sfilava semplicemente, alle 11 di mattina, per piazza Brà; nuotava irridente per la “vasca” del centro, incurante di imbattersi nei prof in pausa caffè. Di solito, erano quelli che pagavano per falsificare la firma del genitore sul libretto. Avevamo un compagno, Mario, un genio della carta-carbone, che nel manipolare i documenti non aveva nulla da invidiare ai falsari di quei film sulle grandi fughe nei campi di concentramento nazisti. l bidelli erano i kapò, ma, di solito, con una stecca di Marlboro riuscivi a corromperli. Di solito i prof non ci sgamavano. O facevano finta di non sgamarci. In quel caso, subentrava, un tacito patto tra noi e loro: «bravo, ora l’hai fatto, io-so-che-tu-sai-che-io-so, ma non esagerare». Un rito.

Oggi c’è il registro elettronico con videoproiettore collegato al web, e un sms inviato ai genitori se non rispondi all’appello. Praticamente è come avere un gps sulle terga. E papà e mamma, entrambi lavoratori, martoriati dai sensi di colpa, decidono di rendersi complici. Non di una cattiva azione, ma della fine d’un’epoca...



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