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Equilibri di potere a Washington

Obiettivo Gop nel 2014:
conquistare il Senato

La maggioranza era a portata di mano, ma scelte sbagliate dei candidati condizionate dai tea party hanno lasciato l'aula sotto controllo democratico

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Obiettivo Gop nel 2014:
conquistare il Senato

La sconfitta per la Casa Bianca è la più cocente per il GOP, ma non meno importante, ai fini pratici legislativi e di potere a Washington, è stato l’avere sprecato da masochisti la chance, che sicuramente c’era, di conquistare la maggioranza al Senato nelle due ultime tornate del medio termine nel 2010 e delle presidenziali di questo mese. Con il sistema americano di rigida divisione dei poteri, il controllo del Congresso è decisivo per frenare, orientare e condizionare il “dirigismo” del governo del presidente, che ha la firma delle leggi, o il loro veto, come strumento ultimo di potere. E quanto sarebbe contato per il GOP oggi avere una forza parlamentare completa, con i due rami nelle sue mani, è visibilissimo nel mezzo della battaglia sul fiscal cliff. 
Due anni fa almeno tre seggi in più (in Colorado, Delaware e Nevada) erano alla portata dei repubblicani, che ne conquistarono sei portandosi a 47, quindi a soli tre voti dalla metà. C’era nel paese un favorevole vento pro-GOP, che infatti sbaragliò i democratici alla Camera portandosi a 242 deputati (contro 193 dei Democratici), ma candidature sbagliate, imposte nelle primarie dal Tea Party, non permisero una vittoria totale anche al Senato. Nelle più recenti consultazioni il GOP ha addirittura fatto di peggio: ha buttato via due vittorie sicure per aver scelto in Indiana e in Missouri due candidati, Richard Mourdock e Todd Akin, che hanno poi fatto harakiri con deliranti dichiarazione sull’aborto.  Oltre agli autogol di quei due favoriti in stati rossi, anche in Florida, Montana, Nord Dakota, Ohio e Virginia una più felice scelta dei personaggi, o almeno una campagna condotta con maggiore efficacia, avrebbe consentito di prendersi gli altri posti necessari a superare quota 50. Non a caso, all’inizio del 2012, tutti i commentatori assegnavano al GOP un pronostico favorevole. Invece, non solo non hanno fatto centro, ma hanno addirittura perso due altri seggi nel conto finale, cosicché, nel nuovo Congresso che si aprirà il primo gennaio, il distacco salirà da 6 a 10 senatori: su 100, ci saranno 55 democratici (contando due indipendenti che si sono associati a loro nel gruppo senatoriale) contro 45 repubblicani. 
Il meccanismo del rinnovo graduale del Senato, in cui gli eletti stanno in carica 6 anni, comporta che il 33% dei seggi, a rotazione, venga rinnovato ogni due anni. In palio, nel 2014, ci saranno i posti dei senatori eletti nel 2008, che arriveranno a scadenza. Anche in questo caso, i Repubblicani partiranno sulla carta favoriti, ma dopo le performance recenti dovranno decisamente migliorare i criteri di scelta dei personaggi che poi si sfideranno nelle primarie. Negli Usa il partito non può impedire ad alcuno degli iscritti di partecipare alle primarie, ma dopo i due fiaschi consecutivi il Comitato Nazionale Repubblicano ha deciso di assumere un ruolo più decisivo e influente nel processo selettivo, incaricando due senatori di seguire più da vicino le vicende periferiche: con consigli, networking, relazioni, e appoggi anche finanziari ai candidati ritenuti più eleggibili.
Il GOP è numericamente e politicamente in vantaggio perché anche stavolta i repubblicani dovranno difendere 13 posizioni in rinnovo, mentre i democratici in scadenza sono 20 (per un totale, appunto, di 33). Non solo, i repubblicani da confermare sono quasi tutti senatori degli stati rossi: in 12 sui 13 stati, Obama nel 2012 non è andato oltre il 45,5% del voto popolare (tranne che in Maine, dove ha vinto a mani basse). All’opposto, Romney ha vinto sette dei 20 Stati in cui i seggi in rinnovo sono di democratici:  Alaska, Arkansas, Louisiana, Montana, Nord Carolina, Sud Dakota e West Virginia. In questi sette stati soltanto in Nord Carolina Obama ha perso per soli due punti, mentre negli altri sei la migliore prestazione del presidente è stata in Montana, con un misero 41%. Se si considera che gli elettori di medio termine, come ha osservato il professore di scienze politiche dell’Università della Virginia Larry Sabato nella sua prima analisi sul futuro del Senato fra due anni, sono di solito in minornumero, più vecchi e più di razza bianca che durante le presidenziali, quindi più tipicamente repubblicani, il GOP avrà a disposizione un bel numero di target da conquistare, mentre minori appaiono gli obiettivi possibili dei democratici. Tanto più che, ultimo fattore statistico, il partito di un presidente non va tradizionalmente bene nelle elezioni di medio termine del secondo mandato. Ma da qui a concretizzare in seggi la potenziale situazione di favore per il GOP, dati i disastrosi precedenti, ce ne corre.

di Glauco Maggi 

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Commenti all'articolo

  • Liberal81

    07 Dicembre 2012 - 00:12

    ..anche se a leggerla la trovo sempre più "tifoso" che "giornalista".

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