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Follie presidenziali

Per Obama l'economia non conta
Sul Fiscal Cliff rischia il crac

Barack e il Gop più distanti che mai: le richieste del presidente verranno bocciate. Le conseguenze? Più tasse per tutti...

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Barack Obama

Barack Obama

A meno di un mese dal Fiscal Cliff, Obama e il GOP non potrebbero essere su posizioni più distanti. Il presidente se n’è uscito con una lista di richieste che non hanno la minima chance di passare alla Camera, controllata dai Repubblicani, e probabilmente neppure al Senato, dove un gruppo di senatori Democratici moderati voterebbero contro. Chiede, subito, 1600 miliardi di aumento di tasse, 1000 alzando le aliquote a chi ha un reddito oltre 200mila dollari (se single) e oltre 250mila (marito e moglie), e 600 con la eliminazione di deduzioni e detrazioni. Poi, da discutere nel 2013, offre non specificati tagli di spesa per 400-600 miliardi a programmi di welfare governativi. Inoltre, pretende che il Congresso rinunci alla prerogativa, che ora ha, di votare ogni superamento del tetto del debito federale, un evento che succederà di sicuro verso marzo, visto che si avvicina inesorabilmente il tetto di 16.400 migliaia di miliardi che era stato fissato con la legge dell’estate 2011. La discussione, trascinata fino all’ultimo senza una vera intesa ma con una misura-tampone, portò alla perdita della Tripla A del rating di S&P e creò le basi per la metà del Fiscal Cliff: infatti, quella leggina che evitava l’imminente bancarotta Usa fu approvata alla condizione che il primo gennaio 2013 scattassero tagli automatici per oltre un miliardo, in pari percentuale, alle spese del Pentagono e ad alcuni programmi di welfare. L’altra metà del Fiscal Cliff è relativa alla scadenza a fine 2012 dei tagli fiscali di Bush del 2001 e del 2003, rinnovati per due anni a fine 2010 da Obama, che adesso ne fa la sua priorità politica: è disposto a prorogarli solo per chi guadagna meno di 200mila dollari, lasciando che tornino ai livelli di Clinton per gli altri. Nei talk show della domenica, i repubblicani hanno respinto come uno “scherzo”, o una “follia”, il pacchetto di Obama, la cui mossa è tutta politica e punta a due obiettivi. Il primo è mostrare alla sinistra, sindacati e pensatoi liberal, che stavolta farà il duro, non come due anni fa, e userà il capitale politico maturato con la vittoria del 6 novembre. La seconda è la convinzione che, se non ci sarà accordo e scatteranno aumenti delle tasse per tutti, il Paese incolperà il GOP, non lui. Insomma, è ancora un presidente in campagna elettorale, solo che stavolta non c’è in palio il suo bis ma una ulteriore lacerazione tra i due partiti che dovrebbe, nei suoi calcoli, delegittimare il GOP e rinforzare i Democratici.   

Le sorti dell’economia non sono una sua priorità, come non lo sono state nel suo primo mandato: infatti, la crescita del Pil nei 4 anni dal 2009 al 2012 è stata del -3,1%, del +2,4%, del +1,8% e del +2,1% (primi 9 mesi), con una media del + 0,8%. Non a caso, la disoccupazione del suo primo mese alla Casa Bianca, pari al 7,8%, è stata la stessa con la quale è arrivato al voto un mese fa. Reagan, dal 1981 al 1984, fece di meglio nel primo mandato: +2,5%, -1,9%, +4,5%, +7,2%, per una media del +3,07%. E così fece Bill Clinton, dal 1993 al 1996: +2,9%, +4,1%, +2,5%, +3,7%, per una media del +3,3%. Obama preferisce l’idea di umiliare i repubblicani a quella di confrontarsi con i migliori presidenti del recente passato, di entrambi i partiti, che seppero risvegliare l’economia Usa e diedero benessere, lavoro, e crescita. Di fronte, ha i due esempi di Reagan e Clinton, che nel loro secondo quadriennio fecero anche meglio che nel primo. Reagan fece crescere il PIL in media del +3,73% (dal 1985 al 1988 la crescita fu del +4,1%, +3,5%, + 3,2%, +4,1%)  e Clinton ancora meglio, con il + 4,45% medio nei ruggenti anni del boom di Internet dal 1997 al 2000 (+4,5%, + 4,4%, +4,8%, +4,1%) . Sono questi i traguardi che la storia dei presidenti pone davanti a Barack, come ha acutamente notato il Wall Street Journal ricordando i dati. Ma lui non ha in agenda la crescita, come ha dimostrato imponendo la ObamaCare nel primo mandato, e pensando ora alla missione di spostare a sinistra il baricentro ideologico del Paese, con l’offerta di una politica di redistribuzione e di grande governo, anche a costo di far fallire l’America riducendola come i peggiori esempi europei della Grecia, della Spagna, dell’Italia e della Francia. 

Ma la vittoria gli ha preso la mano, perché è pur sempre presidente per aver avuto 370mila voti in più, in tutto, nei 4 o 5 stati ballerini decisivi (e in tutto ha avuto 3,5 milioni di voti in più in un Paese di 310 milioni di persone). Un sondaggio di Global Strategy Group, condotto tra 800 elettori di Obama nei 3 giorni dopo il 6 novembre da un gruppo (Third Way, Terza Via) di democratici moderati che sono favorevoli a un vero compromesso su tagli di bilancio e tasse con il GOP, ha mostrato che il 96% crede che il deficit fiscale sia un problema reale, e che l’85% (quindi neppure la totalità degli obamiani) è a favore di tasse più elevate per i più ricchi. Su come evitare il Fiscal Cliff, e questo è il dato che dovrebbe chiarire a Barack di non aver avuto carta bianca per imporre solo la sua propria linea liberal, il 41% dei suoi stessi elettori ritiene che dovrebbe ripianare il deficit prevalentemente con più tasse e in piccola misura con tagli di spesa di welfare, contro un identico 41% che pensa che a prevalere dovrebbe essere il taglio delle spese, con solo una parte di incrementi di tasse. Soltanto il 5% è poi dell’idea, portata avanti dai sindacati, che il deficit vada aggiustato solo con aumenti di imposte, mentre il 10% vorrebbe il solo ricorso a tagli di spesa per sanare il deficit. “Vogliono che Obama prenda in mano le grandi questioni e le risolva in un modo pragmatico e si fidano che lui trovi un compromesso”, ha commentato i risultati Lanae Erckson Hatalsky, direttore di Third Way, che gli ha suggerito di dimenticare Paul Krugman, l’economista accanito keynesiano (come Vendola) che sul New York Times espone le stesse idee del 5% che vuole solo tasse. “Obama ha vinto non per il suo appeal sull’ala estrema, ma perché ha attirato gli elettori del centro”, ha concluso Hatalsky. 

Ma le sirene del Barack vincitore sono a sinistra, e gli americani devono sperare che alla fine sia come Ulisse e sappia turarsi le orecchie e agire da presidente alla Clinton, non da ultra-partigiano liberal.

di Glauco Maggi 

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Commenti all'articolo

  • Liberal81

    07 Dicembre 2012 - 00:12

    No, dico, davvero??? Paragona Krugman a Vendola??? Lasci stare queste sparate a Sallusti e abbia rispetto per un premio nobel, così magari le farà anche qualche ripetizione sui numeri, che - a quanto sembra - sono come al solito presi "a buffet" (si ricorda e cita solo quelli che gli fanno comodo e nel modo in cui gli fanno comodo, quel furbacchione del Maggi!)

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