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Ipocrisia made in Usa

I liberal predicano bene
e razzolano male
pure sui dividendi
del supermarket

Il colosso della grande distribuzione vicino a Obama ha annunciato dividendi per 3 miliardi prima della fine dell'anno: Così evita la maxi-tassa di Barack sui capital gain

Per farlo ha dovuto chiedere un prestito da 3,5 miliardi
Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

I liberal predicano bene
e razzolano male
pure sui dividendi
del supermarket

Non è una novità, di per sé, l’ipocrisia dei liberal che predicano bene ma razzolano male, quando si parla (e si agisce) in tema di tasse, di lavoro, e di interessi propri da difendere gelosamente, astutamente, e con tutti i mezzi anche senza badare per il sottile, in qualche caso. Ma il novembre 2012, in America, si candida ad essere il “mese al top dell’ipocrisia politico-fiscale”, in aggiunta ad essere il mese del trionfo di Obama (anzi, a ben vedere questo è il motivo). Si sa che, dal primo gennaio, le imposte sui dividendi azionari e sui capital gain verranno elevate perché l’Obama vincitore lo vuole, e non prorogherà i tassi più bassi introdotti da Bush nel 2003. E prendiamo ora, tra le società quotate del settore della grande distribuzione, la Cotsco. Per chi non fosse familiare con la “cultura politico-simbolica” negli Stati Uniti, aggiungiamo che Wal-Mart è la catena del “male”, perché è senza sindacati organizzati, mentre Cotsco è, seppure di dimensioni inferiori, la catena del “bene”. Piace ai liberal, che ne hanno fatto un oggetto di culto: è il posto dove andare, anche se ha i prezzi un po’ più alti di Wal-Mart. Se dici a Manhattan agli amici (di sinistra, che sono il 90%) che vai a fare la spesa da Wal-Mart fuori città (a New York Wal-Mart è bandita dalla maggioranza democratica in consiglio comunale e dai sindacati), ti guardano male, stupiti come se dicessi che non sei per Obama. 

L’asse Democratici-Cotsco non è una fisima mia, ma un fatto concreto. Il vicepresidente Joe Biden, qualche giorno fa, è andato di persona a offrire la sua presenza in occasione della apertura di un nuovo emporio vicino a Washington, segno della simpatia reciproca tra questa Casa Bianca e l’azienda. Si dirà che questo prova poco, ed è vero, perché si trattava di una lodevole iniziativa di sviluppo, di nuovi posti, di spinta ai consumi, e quindi è ok che ci fosse l’autorevole vice. Ma se prima di Biden in visita al negozio è stato il co-fondatore di Cotsco, Jim Sinegal, ad essere invitato alla Convention Democratica di Charlotte per tenere un discorso in prima serata, la affinità è stra-provata. Infatti, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal il 30 novembre, nel suo discorso in settembre Sinegal aveva descritto Obama come “un presidente che sta facendo una economia costruita per durare”, e che “le condizioni devono essere giuste per fare sì che aziende come Cotsco investano, crescano, assumano e siano fiorenti. E ciò richiede qualcosa da ognuno di noi.” Nel gergo delle persone ricche pro Obama, da Warren Buffett in giù, ciò significa che tutti, e sicuramente i facoltosi, devono essere <fair>, corretti e giusti, nella doverosa condivisione dei sacrifici. 

Ma ecco in azione, dalle parole ai fatti, il superliberal “pro Obama che tassa i ricchi”. La società Cotsco, la settimana scorsa, ha annunciato che pagherà un “dividendo speciale” di 7 dollari questo mese. E’ un regalo di Natale da 3 miliardi per tutti gli azionisti che permetterà loro di essere tassati al tasso di Bush del 15%, ancora in vigore, e non a quello di Obama del 43,4%, un aumento al 39,6% pre Bush, più il sovraccarico del 3,8% inserito nella legge sanitaria ObamaCare. 

La furbata non è solo l’eccezionale tempismo, ma pure il fatto che per coprirsi d’oro in zona Cesarini la Cotsco ha annunciato che prenderà a prestito 3,5 miliardi per finanziare la grandinata di dividendi a sconto. Uno pensava che i dividendi si pagano se ci sono soldi guadagnati in cassa, o accumulati. Andare in banca a chiedere soldi per trasformarli in dividendi non è esempio di ortodossia gestionale. Forse farà felici gli azionisti, ironizza il WSJ, ma le agenzie di affidabilità dei debitori non l’hanno presa bene: Fitch ha abbassato il rating da AA- a A+, e S&P ha bloccato la procedura, sotto esame, per un potenziale innalzamento del suo. 

Tra i maggiori beneficiari, ovviamente, è Sinegal, che possiede circa 2 milioni di azioni, con sua moglie che ne ha altre 84.669. A 7 dollari ad azione, l’ex CEO, che siede ora nel consiglio di amministrazione, intascherà circa 14 milioni. Pagando il 15% della tassa di Bush si ritroverà con circa 12 milioni, mentre se avesse dovuto pagare il tasso del 43,4% di Obama avrebbe incassato 8 milioni circa. Quattro milioni tondi tondi razzolati in più della quota che era stata predicata come “fair” davanti ai delegati della Convention. Alla faccia dei “sacrifici condivisi”, che sono solo quelli dei poveretti che fanno la spesa da Wal-Mart per risparmiare qualche dollaro.

di Glauco Maggi    

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