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Dopo le elezioni

Il clima anti-conservatori
si abbatte sui Tea Party

Il partito repubblicano digerisce a fatica la sconfitta, e anche i più intransigenti vivono un momento di rassegnazione. E chi vuole abbassare le tasse è un "folle"

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Il clima anti-conservatori
si abbatte sui Tea Party

Se il partito repubblicano sta digerendo a fatica la sconfitta, all’interno del movimento conservatore il Tea Party vive un momento di rassegnazione e sbandamento. La sua leader alla Camera, capo del gruppo del Tea Party, Michelle Bachmann, è stata confermata con un margine ristretto e ha perso potere nel partito. Sarah Palin è sparita. Lo Speaker della Camera John Boehner, che è oggi l’uomo più potente del GOP ricoprendo la carica istituzionale elettiva più alta dopo Obama e Biden, e pari a quella del Capo della maggioranza al Senato Harry Reid, ha provveduto a eliminare dalle Commissioni dei lavori parlamentari alcune delle voci più radicali del partito. Justin Amash, il “teapartista” più noto in Michigan, non ha più il suo posto nella Commissione del Budget; David Schweikert, dell’Arizona, non è più parte della Commissione dei Servizi Finanziari; Tim Huelskamp, del Kansas, è stato escluso dalle Commissioni Budget e Agricoltura. Una sorta di purga, non dichiarata ma non meno sostanziale, che Boehner ha messo in opera registrando l’oggettivo spostamento dell’asse politico verso la sinistra che è emerso dalle elezioni recenti e recuperando lui stesso centralità nel GOP. Boehner è l’uomo-chiave nel testa a testa con Obama sul compromesso indispensabile ad evitare il fiscal cliff, e con alle spalle 20 anni di militanza alla Camera, da moderato, centrista, e provato trattativista,  sa che sarà lui a metterci la faccia quando dovrà far trangugiare ad un numero sufficiente di deputati del proprio partito la medicina amara dell’innalzamento delle aliquote d’imposta per i redditi oltre una certa soglia.     

Obama è ancorato al livello minimo di 200mila dollari (singoli) e 250mila (coppie), e al ripristino del tasso massimo di Clinton (39,6%). Boehner, ancora oggi, ha tenuto duro dopo l’incontro con Barack soprattutto sull’esigenza di ridurre le spese per frenare deficit e debito, ma ha ricordato di aver già concesso la disponibilità ad “aumentare il gettito delle entrate”. 

Nel Palazzo di Washington, intanto, si sta avvertendo un’atmosfera che prepara la caduta del muro finora eretto dal GOP contro il rialzo secco delle aliquote. E, al Senato, sempre dal Tea Party vengono segnali vistosi di scoramento. Jim De Mint, senatore della Sud Carolina e icona del movimento del Tea Party, si è dimesso con 4 anni di anticipo sulla scadenza del suo mandato di 6. E’ vero che, a 61 anni, andando a fare il presidente dell’autorevole  pensatoio Heritage Foundation, guadagnerà circa un milione di dollari, cinque volte tanto lo stipendio da senatore. Ma nella scelta d’abbandono della politica in Congresso c’è evidentemente la frustrazione, mascherata dalla convinzione espressa di poter meglio servire la causa da fuori: in Senato i democratici sono saliti a 55 (contro 45) e chissà quanto tempo passerà perché il GOP torni ad essere maggioranza. Altro caso di depressione è Rand Paul, senatore campione del Tea Party in Kentucky  e figlio del libertario Ron Paul (l’ex candidato presidente che a fine anno va in pensione dalla Camera dopo vari decenni da deputato). In una intervista televisiva di ieri il senatore Rand Paul ha lanciato una proposta aventiniana per il GOP : i deputati repubblicani, che sono maggioranza alla Camera, dovrebbero astenersi in una votazione in cui fosse presentata la proposta fiscale di rialzi delle tasse cara a Obama e ai democratici, di fatto rinunciando a proseguire in una trattativa in cui il presidente è comunque destinato a vincere. Tanto vale, è il suo ragionamento, chiarire al Paese chi sono i responsabili dell’aumento delle tasse, e chi sono i contrari. Sarà poi l’andamento dell’economia a dare il verdetto. Per Paul non ci sono dubbi che le condizioni di crescita e di occupazione peggioreranno, dando così ragione ai conservatori anti-tasse. E magari avrà anche ragione. Ma il “tanto peggio tanto meglio”, in politica, è il rifugio di chi ha perso. E Obama ha dimostrato, vincendo con la sua economia a rotoli per 4 anni, portando da 10 a 16 trilioni il debito federale, lasciando il tasso dei senza lavoro all’8% per 40 mesi, ma promettendo di non toccare mutue e pensioni, che agli americani va bene così. Non sono ancora disperati, e tantomeno consapevoli che la situazione sia sull’orlo del baratro. E pensano che tassare i più ricchi sia la cura per tutto. Gli sta venendo la “europeite”, malattia dolce che dà assuefazione, e si fidano del dottor Obama. 

Non a caso, altra vittima del clima anti-conservatori è il guru antitasse Grover Norquist, che i media Usa, e anche italiani, dipingono come un folle estremista che ha plagiato i repubblicani convertendoli alla sua ostinazione anti-tasse. Norquist ha esposto le sue tesi in un articolo su Foreign Affairs di dicembre, e oggi le sue sono prediche nel deserto. “Se l’economia crescesse del 3% invece che del 2% per un decennio, le entrate federali salirebbero di 2.500 miliardi. Se crescesse del 4%, porterebbe all’erario 5.000 miliardi, cancellando il debito degli anni di Obama. Ma per questa crescita ci vogliono tasse più basse”, ha scritto Norquist, che ha poi spiegato con i numeri quanto sia già più che progressivo il sistema delle tasse Usa. “L’1% con il reddito più alto paga il 39,6% di tutte le tasse federali, il top 5% paga il 61%, il top 10% paga il 72,7%. Il 50% degli americani con il reddito più basso, invece, paga il 2,4% di tutte le tasse federali”. E’ la naturale e invincibile base obamiana: quelli che vogliono gli aumenti delle tasse, tanto sono sugli altri.

di Glauco Maggi

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