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Il "NYT" contro Susan Rice:
addio alla Segreteria di Stato?

Fuoco amico del "New York Times": "Obama pensi di più all'Africa, non la nomini per il posto della Clinton"

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Susan Rice

Susan Rice

Campana a morto per Susan Rice, l’ambasciatrice americana all’Onu che Obama ha in animo di nominare Segretario di Stato quando Hillary Clinton se ne andrà a gennaio dopo l’inaugurazione del secondo mandato del presidente. A chiedere che non venga promossa è, esplicitamente, il passaggio di un articolo-opinione apparso sul New York Times oggi, a firma di Salem Solomon, giornalista eritreo-americano che conduce il website di notizie africane Africa Talks. “Un segnale che Obama pensi di focalizzarsi di più sull’Africa – e sui diritti umani e la democrazia, non solo sullo sviluppo economico e la geopolitica – nel suo secondo termine sarebbe di nominare qualcuno diverso da Susan Rice come capo della diplomazia americana”, scrive Solomon, dopo aver elencato precedenti inquietanti della Rice, a proposito delle sue relazioni privilegiate con despoti di vari Paesi del Continente Nero nel suo ruolo di Vice Segretario di Stato per gli Affari Africani sotto Bill Clinton negli Anni Novanta. 

Ma ancora prima dell’affondo nella sezione degli op-ed (opinion-editorial), a decretare l’insostenibile situazione della Rice quale candidata alla Segreteria di Stato c’è una lunga inchiesta di Helene Cooper sul suo ruolo nelle violenze in Congo, ad opera dei criminali di guerra del movimento M23, sostenuto, armato e foraggiato da Paul Kagame, il presidente del Rwanda. Molto semplicemente, la Rice (quella di cui “io non potrei andare più orgoglioso”, ha detto di recente Obama) è amica di Kagame: e dagli Anni Novanta, da quando era vice Segretario di Stato, con la delega agli Affari Africani, nel governo Clinton. Quando la Rice, fuori dal governo perché era arrivato Bush, si è messa a lavorare per la Intellibridge, società di ricerche, analisi strategiche e lobbismo internazionale di Washington, il governo di Kagame era uno dei suoi clienti più importanti. La portavoce della Rice, Payton Knopf, non ha risposto alla domanda se questi trascorsi hanno avuto qualche effetto nell’orientare la politica svolta dalla diplomatica Usa all’Onu, a proposito di Congo e Rwanda, negli ultimi quattro anni. Ma e’ domanda retorica. E la Rice stessa non ha voluto essere intervistata per questo articolo, in cui si citano le critiche delle organizzazioni dei diritti umani e di altri diplomatici al Palazzo di Vetro agli Usa per non aver esercitato sufficienti pressioni su Kagame al fine di fermare gli eccidi dei suoi ribelli protetti ai danni della popolazione del  Congo. 

Due mesi fa, secondo la ricostruzione del Times, ad un incontro con gli ambasciatori francese e inglese, la Rice si oppose fortemente alla richiesta del francese Gerard Araud di “nominare e incolpare” esplicitamente Kagame e il suo governo in una risoluzione di condanna al sostegno fornito al M23, e non volle sentir parlare di sanzioni economiche contro il Rwanda per costringerlo ad abbandonare il gruppo ribelle. “Senti Gerard”, disse la Rice secondo un diplomatico presente che lo ha riferito al Times. “Questo è il Congo. Se non ci fosse il M23 a fare questo, ci sarebbe qualche altro gruppo”. Qualche settimana dopo, la Rice è intervenuta ancora per aiutare Kagame. Dopo aver ottenuto per molto tempo il rinvio della pubblicazione di un rapporto Onu che denunciava il sostegno del Rwanda al M23 ed essersi opposta a qualsiasi riferimento al Rwanda nelle risoluzioni sulla crisi in corso (la città congolese di Goma era stata occupata dai ribelli del M23) , la Rice è riuscita ad annacquare una mozione del Consiglio di Sicurezza che condannava stupri, reclutamenti di soldati-bambini ed esecuzioni sommarie per mano del gruppo M23 e denunciava il ruolo del Rwanda. Alla fine, quando è passata il 20 novembre, la mozione riporta solo “la profonda preoccupazione del Consiglio”, senza menzionare il Rwanda. 

Il fatto che questo articolo di analisi dei fatti, e l’editoriale di Solomon, siano stati ospitati dall’ house organ di Obama e del partito Democratico, e persino con un richiamo in prima pagina,  ha proprio l’aria di un siluro in grado di affondare la nomina della Rice. Sempre che non sia invece la spia di una decisione già presa dalla Casa Bianca, che prenderebbe atto della impraticabilità della scelta. Ciò eviterebbe al presidente di arrivare allo scontro con i senatori repubblicani John McCain (Arizona), Kelly Ayotte (New Hampshire) e  Lindsay Graham (Sud Carolina), che si oppongono alla sua candidatura come segretario di stato per il ruolo di “bugiarda ufficiale” che ha avuto nel caso dell’ambasciatore ammazzato a Bengazi da Al Qaeda, e che la Rice ha sostenuto essere invece vittima di una inesistente sommossa popolare contro un oscuro video su Maometto che era da mesi su YouTube. Ma il suo bagaglio, ora, con la macchia congolese è diventato ancor più impresentabile.  “Durante la sua carriera lei ha mostrato una sorprendente e inquietante simpatia per i despoti africani”, ha scritto Solomon, che elenca alcuni della “nuova generazione di leader” decantati dall’amministrazione Clinton, molti dei quali erano ex comandanti ribelli. Non c’è solo Kagame. Tra gli altri Solomon cita Meles Zenawi, ex primo ministro dell’Etiopia, in onore del quale il 2 settembre scorso la Rice ha tenuto un discorso commemorativo chiamandolo “sincero amico mio” e “un figlio dell’Etiopia e un padre della sua rinascita”. E poi Isaias Afewerki dell’Eritrea e Yoveri Museveni dell’Uganda. “C’è un nuovo interesse nella libertà individuale e un movimento che si allontana dai sistemi repressivi ad un partito solo”, disse la Rice al Comitato delle Relazioni Estere del Senato Usa nel 1998, da vicesegretaria di Stato.”E’ con questa nuova generazione di  africani che noi cerchiamo una dinamica partnership di lungo termine per il 21esimo secolo”, concluse allora. “Un ottimismo mal guidato”, commenta Solomon. Meles Zenawi, il suo “sincero amico” ancora oggi, ha smantellato nel frattempo lo stato di diritto, zittito l’opposizione e creato un sistema a partito unico. Kagame, Musaveni e Isaias si sono trasformati in despoti. La capacità di giudizio e la stessa integrità etica della Rice, ideologicamente gemella di Obama oltre che afro-americana come lui, escono a pezzi da questo “fuoco amico” del New York Times. 

di Glauco Maggi

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