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Quando la grandezza prende l'anima

Nazzareno Carusi incontra Riccardo Muti

La lezione di un mito della musica

Nazzareno Carusi

Nazzareno Carusi

Pianista, nato a Celano, vive a Ravenna per amore. Ha suonato in tutto il mondo e il Washington Post ha recensito un suo concerto come “una serata d'arte mozzafiato”. Fra le istituzioni che lo hanno ospitato ci sono anche il Teatro alla Scala di Milano, la Carnegie Hall di New York, il Teatro Colon di Buenos Aires, il Toronto Centre for the Arts, la Brahms Gesellschaft di Amburgo, la Toyo Hall di Tokyo e la Federation Hall di Melbourne. I suoi dischi sono pubblicati dalla Emi. (foto by Daniele Cipriani)
Riccardo Muti e Nazzareno Carusi a Nairobi (2011)

Riccardo Muti e Nazzareno Carusi a Nairobi (2011)



di Nazzareno Carusi In Riccardo Muti c'è qualcosa di impalpabile e sovrastante insieme che entra in chi lo incontri, resta lì a crescere e schiarirsi per settimane e prova (come rivelò Carmelo Bene) che ai grandi è concesso d'essere già classici da vivi. Non ha dato retta alle sirene dell’ideologia che dagli anni '60, quando nacque al gran mondo della musica, dettarono a moltissimi la loro legge asfittica. E il suo modo d'esser artista s'è rivelato, a posteriori, una rivoluzione di per sé, lungo decenni pestati a sangue da militanze, occupazioni, scientismo da accattoni e impegno oggi, quasi per contrappasso, mutato in un fighettismo salottiero banale e senza ciccia. “Sono un uomo libero del Sud –dice di sé- e mai avrei potuto seguire quelle specie di dottrine che sembravano quasi un dovere. Ho le mie idee, certo; ma ho sempre pensato che fare arte non significasse darle responsabilità politiche. Quando fui chiamato dai professori d'orchestra (ci tengo a precisarlo) a dirigere stabilmente il Maggio Fiorentino, cioè la massima istituzione artistica di una città che dell'arte è simbolo e della politica ha un chiaro connotato, ho sempre lavorato in assoluta libertà, disinteressandomi dell'accusa (falsa) di qualunquismo che a volte mi si rivolgeva non avendo io, appunto, appartenenze”.

Il suo mondo sonoro è d'un nitore senza freddezza perché, seppur imprescindibile, '
la ragione non può consigliare nulla al sentimento, e la loro comunicazione deve avvenire per sentieri imperscrutabili' (Prima la musica, poi le parole – Autobiografia - Rizzoli, 2010). Tutto profondamente greco. “Così come ho sempre inteso la politica secondo l'etimologia della parola polis, e mai come miserabile partitismo, anche la mia maniera di dirigere ha sempre cercato nelle braccia l'estensione di un pensiero che deve avere radici culturali profondissime. Più o meno il contrario di quello che spesso avviene oggi, con le braccia che anziché il mezzo sono diventate il fine”.

Lei è stato allievo di Antonino Votto, assistente di Toscanini in Scala. Poi, arrivato a Firenze per dirigere il Maggio, ha incontrato quell’altra stella che fu Vittorio Gui. Sembrerebbe abbia cucite all'anima le visione razionalista toscaniniana e l'altra, sinceramente romantica, alla Furtwängler. “
Stiamo parlando di giganti oggi quasi impensabili. Quando ho avvicinato Gui avevo 27 anni e lui 82. Per me rappresentava un tesoro, un artista legato direttamente alla fonte della più grande cultura europea. Tempo fa, dirigendo la Messa da Requiem di Verdi a Montpellier, spiegavo al coro l'importanza della declamazione nel Libera me, Domine, de morte aeterna, in die illa tremenda. Proprio Gui mi fece notare esserci un modo necessario d'incedere, un passo ritmico (nonostante l'indicazione 'senza misura') che nasce dalla lettura espressiva propria della nostra Chiesa. È il dimostrativo illa a essere fondamentale, perché il giorno tremendo è quello, quello e non altri. Dico sempre chi m’ha insegnato e cosa. Le lezioni di Votto fanno ancora parte delle mie raccomandazioni a orchestre e cantanti. È gratitudine. Ed è la continuazione d’una tradizione italica che purtroppo sta sparendo”.

Gli chiedo se non sia questa la vera filologia. Sotto la quale, invece, mi sembra che a volte si celino magagne. “
Vero. Capita che diventi una maschera dietro cui nascondere difficoltà o addirittura incapacità interpretative. L’artista deve conoscere la tradizione, ma poi è libero d'accettarla o no. Oggi, per esempio, si guarda con sufficienza a Nino Rota, che invece è stato un artista immenso. Io gli devo tanto. L’ho sentito suonare a memoria il Wozzeck di Berg al pianoforte. Vede, non scriveva quelle melodie meravigliose perché gli sfuggisse il mondo circostante. Era una scelta. E sono convinto che la vera filologia sia semplicemente il rispetto del linguaggio proprio d'ogni autore. Non si può certo eseguire Händel come Rachmaninov, ma da questo a sterilizzarne ogni passione, rendendo tutto di una noia infinita, ce ne corre. Non posso pensare che lo Stabat Mater di Pergolesi fosse cantato come da pivette, col suono fisso, senza vibrato e senza un'espressione che partisse dal significato della parola che la musica riveste. Un conto è cercare d'intuire un mondo che comunque non esiste più; tutt'altro è ergersi a suoi fanatici gendarmi”.

Nei giorni scorsi a Chicago ha diretto due lavori nuovi di Anna Clyne e Mason Bates. Il suo sforzo per la musica contemporanea è sempre stato enorme, ma certa milizia critica sembra non volersene accorgere. “
Basta la buona fede per sapere che negli anni di Philadelphia e in Scala ho commissionato tanti lavori che ho diretto personalmente, senza affidarli ad altri. E a Chicago ho scelto la Clyne e Bates come compositori in-residence dopo avere studiato moltissime partiture. Nei concerti scorsi ho diretto anche un brano di Smirnov. Tre composizioni nuove in tre settimane”.

A proposito di musica moderna, mi dica: ‘Vecchio frac’ è un capolavoro o no? “
Ci sono la musica seria e quella popolare. Capita a volte che la prima sia insopportabile e l'altra abbia un grandissimo valore. E personalmente trovo Modugno autore di piccoli capolavori. Ora, senza inutili paragoni, succede che molta musica seria allontani i giovani da sé. Perché sono più attratti da composizioni senza grandi pretese ma, casomai, scritte benissimo. A Chicago e a Milano ho tenuto concerti nelle carceri minorili. Sono andato con giovani cantanti a eseguire Mozart, Verdi, Bellini e Francesco Paolo Tosti, un musicista magnifico. Non è sacrilego accostarlo a Mozart, perché le sue romanze, scritte con mano sapiente e sentimento, sono davvero opere d'arte. Quando si porta musica a chi non la frequenta è inutile pretendere di distillare gocce di stratosferico pensiero. Bisogna pensare, forse, soprattutto al cuore. Che non è un disvalore, anzi. Sennò si finisce come con De Amicis, che una volta si leggeva e oggi non più. E io non credo sia un progresso”.

Ero con lei a Nairobi lo scorso luglio per il concerto delle Vie dell'Amicizia. A ottobre il Premio Nilsson le è stato assegnato anche per i suoi meriti d'umanità. Che responsabilità sente? “
Non direi responsabilità. Per il modo in cui queste persone ci rispondono, alla fine siamo noi grati loro per quello che ci danno. Vedere 400 bambini cantare con totale immedesimazione... Si ha la prova di quanto la nostra cultura sia veramente universale. Quei bimbi non si chiedevano se il Va pensiero fosse un inno nazionale, di destra o di sinistra: lo cantavano assecondando le emozioni che dava loro. Le lettere commoventi ricevute da quei fanciulli, scritte a mano, denotano un'innocenza, un animo senza complessi e un rapporto con l'umanità e la natura molto sano e molto semplice. Noi invece siamo diventati viziati, complessati e presuntuosi. E abbiamo perso la capacità di tendere la mano e il coraggio di commuoverci. Facciamo i duri, ma d'una durezza che spesso è solo vigliaccheria”.

In conservatorio oggi si insegnano le Tecniche di preparazione psicofisica dello strumentista e la Gestione individuale degli aspetti psicologici del musicista (“
Veramente?” -m'interrompe- sì, e non scherzo, aggiungo io). E il Giornale della Musica ha riportato il dato di recenti indagini secondo cui solo lo 0,45 per cento dei diplomati trova lavoro. Come la vede? “Il conservatorio l’ho sempre pensato come un’accademia per chi possa fare sul serio il musicista, per talenti veri ammessi a numero chiuso. Mi spiego. Credo sia fondamentale insegnare la musica in ogni scuola di ordine e grado, per educare i ragazzi a orientarsi nella foresta dei suoni, per insegnare loro ad ascoltarla e goderne con consapevolezza. Questo non vuol dire strimpellare un piffero, ma imparare a cantare insieme. Per di più, l'armonia e il fine comune della bellezza insegnano ai ragazzi anche a muoversi in accordo con gli altri e, quindi, a essere buoni cittadini. Invece questo dilagare dei conservatori, diventati oggi università, che senso ha? I tanti musicisti e professori potrebbero insegnare egregiamente l'ascolto della musica in ogni scuola. E il conservatorio torni a essere come ricordo io quello di Napoli, dove feci un esame durissimo d’ammissione, nonostante venissi dal Liceo musicale di Bari, con solo quattro posti disponibili, altro che storie: un luogo dove si formano seriamente e se-ve-ra-men-te i musicisti di domani. Anche il fatto che i ragazzi non vengano indirizzati allo studio di strumenti dei quali, forse, ci sarebbe più bisogno in orchestra: mi preoccupa. Si sfornano centinaia di pianisti. E poi? Se qualcuno vuol imparare a strimpellare il pianoforte, o anche a suonare in un certo modo, può andare in una normale scuola di musica, non ha bisogno del conservatorio. Nelle audizioni ho visto diplomati con dieci e lode non venire giudicati idonei non per particolare severità della commissione, ma per mancanza di fondamentali. E allora mi chiedo: il dieci e lode gli è stato dato per quale motivo? Le famiglie fanno sacrifici per diplomare un figlio. E se prende dieci e lode hanno il diritto di pretendere che faccia il musicista, non un altro lavoro. Così il conservatorio diventa un inganno. E questa è una delle cose del nostro paese che vanno rimesse assolutamente in ordine”.

L'8 gennaio è morto Alexis Weissenberg. È stato il mio maestro. “
Un pianista e un uomo straordinario, di cultura immensa e dal tratto gentile. Ne rimasi folgorato al San Carlo. Lui, giovanissimo, suonò le Variazioni Goldberg con una consapevolezza e una perfezione sconvolgenti. Poi l'ho sentito nel Terzo di Rachmaninoff con Votto alla Scala e, con Karajan, tante volte. Ebbi la fortuna di incidere con lui il Primo Concerto di Brahms a Philadelphia e ne ho un ricordo emozionante. Ripeto, non solo un grande artista, ma un uomo di eccezionale personalità”.

Sono passati sette anni dall'addio di Muti alla Scala. Il Maestro oggi dirige la leggenda della Chicago Symphony. Il Los Angeles Time l'ha definito pochi giorni fa “perfezionista poetico all'apogeo d'una carriera da titano del podio”.

Anni fa in tv e ancora pochi mesi orsono mi chiesi se, andato via lui, l’altezza del teatro milanese qualcuno potesse dire essere rimasta tale. È una domanda che mi pongo ancora, con tristezza.

(articolo pubblicato su Libero il 29 febbraio 2012)

 

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