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L'attentato in Libia

Hillary "in fuga" per lo scandalo Bengazi

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Hillary "in fuga" per lo scandalo Bengazi

Quando si dice “il tempo è tutto”. Oggi, con Obama ben reinsediato alla Casa Bianca, è uscito finalmente il Rapporto del panel di investigatori indipendenti (The Accountability Review Board), nominati dal Segretario di Stato Hillary Clinton, sul caso Bengazi. La conclusione è che il Dipartimento di Stato è stato del tutto fallimentare nella gestione della vicenda, prima, durante e dopo. C’era un numero insufficiente di militari Usa a protezione della sede diplomatica, sono stati colpevolmente sottovalutati ricorrenti segnali di pericolo, si è data fiducia alle guardie libiche che erano poche, male addestrate, inaffidabili. Così l’ambasciatore Christopher Stevens e altri quattro ufficiali americani sono morti nell’attacco, avvenuto dopo che nella regione di Bengazi c’erano stati, fin dalla primavera, una serie di assassinii politici, l’inviato diplomatico inglese aveva subito un attentato, una bomba era esplosa davanti alla Missione degli Stati Uniti. Il panel ha accusato l’intelligence Usa di aver badato solo agli avvertimenti precisi su imminenti probabili attacchi, e di non aver tenuto conto del quadro generale di continuo deterioramento della situazione, peraltro stranoto a Washington perché lo stesso ambasciatore aveva più volte mandato note preoccupate e aveva richiesto il potenziamento della sicurezza, come è emerso pure dai suoi diari. Due uffici del Dipartimento di Stato, quello della Sicurezza dei Diplomatici e quello degli Affari nel Vicino Oriente (responsabile della Libia) sono stati esplicitamente accusati di aver mostrato una leadership deficitaria. “Fallimenti sistemici e deficienze di leadership e management ai livelli senior all’interno dei due uffici”, riporta il rapporto, hanno prodotto il risultato di una sicurezza “che non era adeguata per Bengazi e assolutamente inadeguata a fronteggiare l’attacco che c’è poi stato”. Il panel ha anche “concluso che non ci sono state proteste prima dell’attacco, che è avvenuto senza premonizioni sia nella sua dimensione sia nella sua intensità”. Parole durissime anche contro il governo libico, che pesano politicamente come macigni sulle relazioni intrattenute dal governo Obama-Clinton con l’amministrazione locale, che era stata democraticamente eletta. Ma che poi, in modo affrettato e avventurista, era stata lasciata al suo destino, irresponsabilmente, da un presidente che pensava solo alla sua rielezione e aveva urgenza di stendere un velo di normalità, di pace, e di inesistenza del terrore islamico sulla propria campagna. “Il board ha trovato che la risposta delle forze del governo libico è stata grossolanamente inefficace la notte dell’attacco, un riflesso sia di deboli capacità e di una assenza sostanziale di influenza del governo centrale”, si legge nel rapporto. 

Obama, in una dichiarazione pubblica del 12 settembre, addirittura lodò la risposta delle forze di sicurezza libiche. Ma allora erano i giorni in cui girava la favola della manifestazione di piazza causata dalla rabbia popolare contro il video su Yuotube che ridicolizzava Maometto, e Obama era intento ad accusare il regista americano (che è finito anche in galera) anziché ammettere che gli assassini erano un gruppo di terroristi islamici collegati ad Al Qaeda africana. La menzogna tenne per giorni, anche grazie alle bugie in Tv di Susan Rice, ambasciatrice Usa all’Onu, che per queste “missioni di disinformazia” , ma non solo per queste, ha dovuto ritirare qualche giorno fa la sua candidatura a succedere alla Clinton al Dipartimento di Stato. 

Ma torniamo ora ai tempi. L’assalto a colpi di bazooka alla sede di Stevens avvenne l’11 settembre 2012, 11esimo anniversario dell’attentato alla Torri Gemelle. Mancavano quasi due mesi al 6 novembre del voto, e da quel momento è stata, per Obama e la sua amministrazione, una drammatica corsa contro il tempo. La verità piena, cioè i cadaveri nell’armadio, non dovevano venire fuori prima che si aprissero i seggi, ed ogni azione di disturbo, offuscamento, insabbiamento è stata dispiegata allo scopo. La missione è riuscita alla grande, perché il panel ha lavorato meticolosamente ma con calma, bene attento a non disturbare i tempi della Casa Bianca. Il ruolo di dire la verità subito sarebbe stato della stampa, ma il 90% dei giornalisti della carta stampata e delle tv, elmetto in testa della resistenza obamiana, hanno frenato, distorto, minimizzato, protetto, interpretato, così da far arrivare Barack in porto. Anche Romney ha colpe gravi, però, titubante e troppo “signore” e “patriota” per gettare nella mischia le nefandezze del governo e dell’intelligence, così come già apparivano nitide a tutti da una lettura oggettiva dei fatti, delle testimonianze, e delle reticenze di Obama. Ripensare al dibattito sulla politica estera nella seconda metà di ottobre, quando Obama arrivò a zittirlo con la complicità vergognosa della “moderatrice”, l’amica liberal della CNN, sarà adesso particolarmente doloroso per Romney. Avesse avuto il coraggio di urlare la sua verità, forse avrebbe sfondato il muro di omertà del New York Times e del resto della corte mediatica democratica. Forse avrebbe vinto. Ma di sicuro, anche se avesse perso, oggi avrebbe la soddisfazione di dire: “Americani, io ve lo avevo detto che Obama e Hillary Clinton avevano le mani sporche del sangue dell’ambasciatore. Oggi finalmente lo sapete anche da una inchiesta indipendente”. Invece, Romney è già andato a pranzo, a parlare di Olimpiadi, da chi l’ha umiliato. 

E adesso, calendario in mano, tocca alla Hillary. Alle audizioni parlamentari ha mandato in ottobre dei funzionari di carriera, e in settimana parleranno due suoi sottosegretari. Lei no, lei si è sempre sottratta ad un confronto sulle sue responsabilità. Nessuno sa ancora che cosa abbia fatto, dove fosse, con chi fosse, quel tragico giorno. Ha detto solo, durante un viaggio in Sud America qualche settimana dopo i fatti, “io sono responsabile della rete dei diplomatici Usa”, una ovvietà burocratica a cui non ha poi fatto seguito nulla. La deposizione che aveva promesso per dicembre è slittata a gennaio, grazie ad un certificato medico. Adesso è lei in corsa contro il tempo, spera di dimettersi da Segretario di Stato senza dover prima deporre in Congresso, perché coltiva sogni di presidenza nel 2016 e non vuole legare il suo nome alla debacle libica. Visto come è andata con Obama, perché Hillary non deve sperare di farcela? Quattro anni sono un tempo lungo, e all’oblio daranno tutto l’aiuto che possono i soliti giornalisti del mainstream di sinistra, psicologicamente già passati a difendere il prossimo loro candidato. 

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