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Il discorso di Matteo Renzi in Senato per la fiducia

La concretezza non basta

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La concretezza non basta

Partiamo dalla fine: nella replica Matteo Renzi è andato molto meglio. Più deciso, più chiaro. Non ci ha fatto sognare. Molti dei difetti che hanno segnato il discorso con cui ha chiesto, ieri pomeriggio, la fiducia al Senato sono rimasti. Ma è stato più convincente. L'argomento chiave è stato questo: dopo tanti anni di chiacchiere, di formule astratte, c'è bisogno di concretezza. E di coerenza. Basta con la doppiezza (un linguaggio nel Palazzo, uno fuori), con la retorica del bel parlare e poi far niente. A me del bello stile, del <linguaggio cerimonioso>, non mi interessa nulla. Ci ho messo la faccia per fare delle cose. Quindi criticatemi su quello, non sullo stile o sul fatto se abbia citato o no l'Expo piuttosto che il Sud.

Ottima difesa. Ma il problema non è il bello stile. L'obiezione, la mia almeno, non era questa.

Il discorso al Senato per la fiducia è tutto in tre promesse: ridare subito alle imprese tutti i crediti della pubblica amministrazione, costruire dei fondi di garanzia per le imprese, tagliare il cuneo fiscale di almeno due cifre. Benissimo. Se lo farà, sarà un ottimo inizio. Ma come? Con che soldi? Sentendolo, ero fiduciosa che sarebbe arrivato un passaggio in cui avrebbe spiegato dove trovarli. E pensavo che avrebbe citato, al primo punto, un taglio alla spesa pubblica. Perché i costi della politica va bene tagliarli, ma se hai bisogno di dieci miliardi, non li trovi certo lì.

Invece no. Nessun accenno. Perché? Io non credo che Renzi, Delrio e chi altri sta lavorando ai dossier non abbiano idea di dove prendere i soldi. Semplicemente, il neo-premier ha preferito glissare perché non gli interessava illustrare un programma, una visione. Voleva parlare al Paese. Voleva conquistare gli italiani. Specialmente quelli che non hanno votato il suo partito, ma il centrodestra o il M5S. Voleva chiedere a loro di dargli fiducia.

Ma la fiducia non è una scommessa. Chi vuole governare ha il dovere di dire non solo cosa vuole fare, ma come. Perché solo così è credibile e perciò degno di fiducia.

Per questo è importante una visione. Dentro la quale si propone il miele ma anche le medicine amare. Come un affresco, fatto di tanti particolari, volti, ma che acquistano senso e direzione solo nell'insieme. Così ha fatto, per esempio, nei discorsi finali della Leopolda. Stavolta, invece, ha lasciato che il braccio destro il giorno prima in tv anticipasse qualche sballata medicina, salvo smentirlo e poi, in Parlamento, dove si doveva elencare le medicine ma in un quadro di insieme, ha taciuto.

Anche l'accenno alla scuola, blairiano nel titolo, è un inizio promettente. Ma se ripartire dalla scuola - sacrosanto - si riduce a un piano di edilizia scolastica e a un generico incoraggiamento agli insegnanti, è un po' poco.

Per il resto, ci siamo. Bene l'aver preso di petto i grillini, l'aver messo in chiaro che il Senato si chiude, il richiamo alla concretezza. Ma la concretezza non è solo pragmatismo. Non è affrontare ogni giorno quello che c'è da fare, come un bravo manutentore. Per questo bastava Letta.

A noi Renzi piace perché ci ha promesso qualcosa di più.

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Elisa Calessi

Elisa Calessi

Elisa Calessi nasce a Ferrara e studia a Bologna dove si laurea in Lettere Classiche. Voleva fare la latinista, poi la vita le ha fatto incrociare una redazione. E ha scoperto che la sua passione era il presente. Inizia alla Nuova Ferrara, poi al Resto del Carlino. Nel giugno 2000 arriva a Libero, dove è assunta e partecipa alla fondazione del quotidiano. Nel 2001 arriva a Roma dove diventa cronista parlamentare. Ha lavorato per un programma su Rai Due, ne ha condotto un altro su Red Tv. Partecipa come opinionista a vari talk show politici. Soprattutto scrive di politica.

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