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Complimenti per la trasmissione

Il vero ispiratore di Django non è Corbucci, ma il "fascista" jacopetti

"Addio zio Tom" alla base dell'ultimo film regista

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
il manifesto di Django Unchained

Ne parla la tv, servizi su servizi di tg sul ritorno del geniale Quentin Tarantino. Ma se, invece, davvero sul Django Unchained di Tarantino aleggiasse l’accusa di protofascismo ispirato a cinema negletto di Jacopetti?
Accade che tra i -giusti- applausi ed aspersioni d’incenso nei confronti del nuovo capolavoro di Tarantino l’intera stampa italiana citi sì come fonte d’ispirazione del regista l’ottimo e sanguinario spaghetti-western omonimo di Sergio Corbucci; ma accade pure che la libera stampa si dimentichi della vera ispirazione di Django, pellicola imperniata sul tema degli orrori della schiavitù e l’olocausto degli afroamericani. La vera ispirazione è  Addio Zio Tom del fu Gualtiero Jacopetti  e Franco Prosperi, ossia la proto-docufiction che, nel 1971, fotografò l’America schiavista dell’800 con agghiacciante efficacia (comprese le comparse di colore nude prestate dal dittatore di Haiti, il traffico di uomini e una “stazione da monta” umana). Django Unchained, in realtà, del western originale di Corbucci ha solo il titolo e il cameo di Franco Nero. Il vero seme dell’opera tarantinina è, appunto, Addio Zio Tom, che ai suoi tempi venne subì la classificazione di “spazzatura”, il sequestro e la medesima accusa di razzismo che oggi  Spike Lee muove a Tarantino. Il quale  non ha mai fatto segreto di aver attinto a Jacopetti. Anzi. Qualche mese fa lo stesso Samuel Jackson in un’intervista rilasciata a The Hollywood Reporter -con Variety la Bibbia del cinema- aveva dichiarato d’essersi ispirato proprio a quel film controverso, per interpretare, in Django, lo schiavo di colore appartenete al villain  Leo Di Caprio.
  Però, diamine, nessun critico cinematografico italiano che abbia minimamente citato Jacopetti. Un po’ perchè del grande Gualtiero, del cinecronista inventore dei Mondo Movies, del «toscano maledetto» cresciuto nel disincanto di Longanesi e amico di Malaparte e Montanelli, i recensori più giovani hanno perso le tracce. Un po’perchè, come denuncia su Facebook il corposo gruppo de Gli estimatori di Gualtiero Jacopetti, persiste  «una perfida tradizione nata dopo Africa Addio, secondo la quale tutto ciò che Jacopetti ha fatto è stato ignobile, reazionario, razzista, e via dicendo. Beata ignoranza del conformismo e del perbenismo di sinistra !». Rincara un altro fan del grande scomparso: «É stata una mia semplice distrazione o forse c’è ancora il divieto di menzionare “quel fascista e razzista di Jacopetti” su Repubblica, Corsera e affini? Aspetto smentite». Sarà un caso, ma le smentite non sono arrivate...

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