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Disavventure tra MiArt e Instagram

Imbecill Pride

L'inglese sarà traballante, il concetto però è solido

Ci sono ancora stoltarelli convinti che l'arte significhi soffrire tra pezzi di legno marcio. Peccato che i tardi amatori dell'Arte Povera non conoscano l'umiltà propria dei materiali che tanto apprezzano.

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Imbecill Pride

Ci sono ancora stoltarelli convinti che l'arte significhi soffrire tra pezzi di legno marcio. Peccato che i tardi amatori dell'Arte Povera non conoscano l'umiltà propria dei materiali che tanto apprezzano.

Durante il giro a MiArt ho scattato qualche foto che poi ho inserito sul mio account Instagram, l’unico social network che sopporto perché (almeno fino a ieri) credevo fosse esente dai moralismi epigrafici di Twitter o dagli squallori della vita quotidiana spacciati per follia di Facebook. Tra l’altro ho inserito un dipinto di Giuseppe Veneziano che ha per oggetto l’ormai stucchevole ritratto tardo cinquecentesco di Gabrielle d'Estrées e sorella in cui le due si espongono a seni nudi, anticipando le foto che Fabrizio Ferri scattò a inizi del XXI secolo ad altre due sorelle, Paola e Chiara.
Nel quadro di Veneziano le due nobili sono sostituite dalle facce gialle di Patty e Selma Bouvier, le due sorelle di Marge Bouvier, che poi sarebbe la moglie di Homer Simpson. Un’operazione che ho trovato geniale, vera e propria beffa ai visitatori turistici del Louvre che svengono davanti ai quadri e potrebbero scandalizzarsi di questa trasposizione, pur avendo maggiori affinità con la saga dei Simpson che con la scuola di Fontainebleau.
Poco dopo ho inserito un’altra foto scattata alla solita opera di Arte Povera, un filo di ferro con un sacchetto di plastica davanti. Ho commentato, in maniera poco accademica: «Ancora ‘sta roba».
Ieri è arrivato il commento che mi ha fatto ricredere su Instagram come isola felice. L’ha scritto Qualcuno. Non so chi sia perché ha un nome neutro, ha nascosto le sue foto e non ha scritto niente nel profilo. Abbiamo imparato ormai che la codardia è il segno che distingue l’utente medio della Rete.
Qualcuno mi dava dell’imbecille perché non capivo la grandezza di quel pezzo di ferro con sacchetto di plastica e mi invitava a fare le foto ai quadri con i Simpson. Come dire: è roba giusta per un imbecille come te.
Io sono orgoglioso di essere imbecille. Se imbecille significa avere la libertà di far vagare la propria curiosità e il proprio gusto. Se imbecille significa non assuefarsi ai diktat che da quarant’anni soffocano il pensiero.
L’Arte Povera aveva un senso ai tempi dei suoi esordi torinesi. Oggi è patetico ritenerla ancora come l’unica espressione artistica di valore. Capisco che sia un’attività di tutto relax darsi all’Arte Povera ed esporre ferri arrugginiti dal significato recondito che non deve essere chiesto pena l’insulto da parte dell’artistino fresco di Accademia, pieno di sé e vuoto di idee.
Perché a cadere nella trappola non sono i coetanei di Celant, ma spesso ragazzotti che hanno affittato la scatola cranica alla cariatide di turno, una di quelle passate in fretta dalle barricate alle cattedre a vita.
A illustrazione di questo post avrei potuto mettere il quadro di Veneziano o l’originale della Scuola di Fontainebleau o anche un’opera artistico-poverista. Ho preferito un’altra delle immagini tratte dal mio account Instagram. Non è perfetta?

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Tommaso Labranca

Tommaso Labranca

Tommaso Labranca ha pubblicato diversi libri, ha collaborato con tv e radio, scritto per alcune testate anche se adesso lo fa solo per Libero. Non trascorre i weekend nelle città medievali, non si mette in coda per visitare le grandi mostre, ha un’avversione per l’impressionismo e per i poster con i Girasoli di Van Gogh: il curriculum ideale per curare un blog sull’arte

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