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Dottor tentenna

Obama fa il "verde" e sul gas decide di non decidere: rivolta tra i democratici

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Barack Obama

Obama il Verde ha scelto gli ambientalisti e snobbato le Unions. Con la “decisione di non decidere” fino a dopo le elezioni di medio termine, e poi chissa’, se dare o non dare il via libera al progetto della Keystone XL Pipeline della TransCanada, il presidente si e’ pero’ esposto alla rivolta dei sindacati e ha messo in difficolta’ i candidati al Congresso del suo stesso partito che rappresentano gli Stati interessati alla realizzazione della colossale conduttura che porterebbe il gas naturale e il petrolio dal Canada al Texas.

Il piano sarebbe infatti una ghiotta occasione di creare lavoro per le aziende di ingegneria e di costruzioni, oltre ad avere altri ovvi vantaggi, dall’accelerare l’indipendenza energetica degli Stati Uniti dal Medio Oriente e dal Venezuela all’aumentare le potenzialita’ di produzione e di esportazione di greggio e di gas proprio mentre si inasprisce la crisi con la Russia di Putin, la cui migliore arma e’ appunto la posizione dominante nel settore energetico, grazie alla quale puo’ ricattare l’Ukraina e l’intera Europa che dipende dalle forniture di Mosca. Ma su tutte queste considerazioni domestiche sul piano della crescita economica, e strategiche su quello della politica estera e della confrontation con gli stati canaglia detentori della leva energetica globale, Barack ha fatto prevalere ancora una volta la sua pelosa “ideologia” anti petrolio e anti energia, unta com’e’ dei ricchissimi finanziamenti che i miliardari degli hedge funds evangelisti del global warming hanno sempre dato alla sua campagna e a sostegno dell’ala piu’ liberal del partito dalla California allo Stato di New York. Il piu’ famoso del gruppo, a parte George Soros, e’ Tom Steyer, di San Francisco, che proprio il giorno prima della decisione dilatoria del governo Obama ha promesso 50 milioni della sua fortuna da finanziere d’assalto, e altri 50 raccolti tra i suoi amici, ai candidati democratici degli Stati rossi affinche’ si oppongano alla Keystone XL.

Coloro che lo fanno sono infatti in difficolta’ nei propri distretti, dove i repubblicani ma anche una larga parte dell’opinione pubblica indipendente, quella pro-energia e pro-occupazione, vedono con favore il progetto. Del resto, sono piu’ di cinque anni che la richiesta della societa’ canadese e’ sotto esame del governo americano, dalla agenzia dell’ambiente al Dipartimento di Stato, e i risultati sull’impatto ambientale hanno finora ampiamente rassicurato sulla sostanziale assenza di controindicazioni alla costruzione della conduttura. “E’ assolutamente ridicolo che questo processo gia’ ben oltre i cinque anni sia ora stato allungato ad un tempo indefinito”, ha detto la senatrice democratica del Nord Dakota Heidi Heitkamp, favorevole, a proposito della motivazione di rinvio dell’amministrazione, secondo la quale sarebbero necessarie altre indagini. Per il deputato repubblicano del Nebraska, Lee Terry, la dilazione e’ “vergognosa”, e di fatto elimina anche questa stagione primaverile dal possibile calendario dei lavori rinviando tutto di un altro anno, come minimo.

Tecnicamente, l’amministrazione era nel mezzo di un periodo di 90 giorni in cui si sarebbe dovuta esprimere con un si’ o con un no, avendo ricevuto tempo fa le conclusioni di diverse agenzie sugli effetti della costruzione della Keystone. Ma ieri, venerdi’, il Dipartimento di Stato ha fatto l’assist che Obama voleva, e ha comunicato di aver dato un tempo aggiuntivo alle agenzie ambientali governative, con la scusa che la Corte Suprema del Nebraska sta esaminando un ricorso che comporterebbe una modifica nella rotta delle tubature. Inoltre, il ministero di John Kerry ha detto che i commenti del pubblico alla proposta sono arrivati al numero eccezionale di 2,5 milioni, e richiedono un tempo ulteriore per essere rivisti.

Insomma il progetto non vedra’ la luce prima del voto di novembre, e cio’ potra’ aiutare il GOP soprattutto negli Stati rossi. Ecco perche’ in Congresso molti parlamentari favorevoli tra i democratici, oltre a tutti i repubblicani, hanno espresso la loro rabbia alla notizia. Soltanto pochi giorni fa, 11 senatori democratici “a rischio” perche’ in corsa negli Stati ballerini coinvolti nel progetto avevano scritto una lettera al presidente spingendolo a prendere una decisione entro la fine di maggio, lamentandosi perche’ il processo di valutazione “era stato esaustivo per il tempo preso, la sua ampiezza e le sue intenzioni”. Ora dovranno difendersi di fronte agli elettori che li accuseranno di essere dello stesso partito del presidente anti Keystone.

 

di Glauco Maggi
@GlaucoMaggi

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