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Complimenti per la trasmissione

Se il dr. Watson prende a craniate Sherlock Holmes

Il successo dello straordinario detective della Bbc

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
Se il dr. Watson prende a craniate Sherlock Holmes

Mai vista. Uno Sherlock Holmes creduto morto che entra in un ristorante; ruba una penna; si spunta due baffetti d’inchiostro; e, fingendosi il maitre, si presenta a Watson e alla di lui futura consorte, per poi venire preso a craniate (vere craniate, col sangue che cola dal nasino snob) dallo stesso amico dottore incazzatissimo per averne pianto inutilmente la salma; be’, la suddetta sarebbe una scena impossibile, nel corpus liturgico del cosiddetto «canone holmesiano» dei fanatici dell’eroe di Conan Doyle. Non vi si sarebbe mai prestato nè il riottoso Basil Rathbone, l’Holmes classico degli anni 30/40; e forse neanche Robert Downey jr, l’ultima lisergica incarnazione del detective.
Eppure Benedict Cumberbatch, nella serie Bbc Sherlock (Premium Crime Mediaset, sabato prime time), col suo volto spigoloso da serial killer in sonno, lo fa. Non solo. Riesce ad essere un Holmes contemporaneo credibilissimo nell’uso ossessivo degli smartphone, di Internet e dei social network; nel gioco della sua spietata logica deduttiva che ne spinge lo sguardo tra dentature, asole, macchie sul vestiario degl’interlocutori; e nel suo rapporto amicale con un Watson reduce dall’Afghanistan, talmente amicale da essere scambiato dalla padrona di casa pwe gay (e non è detto che non lo sia).
Non solo. Il suo essere «un sociopatico ad alto rendimento», lo rende persino simpatico. Nella prima puntata della nuova serie si richiama, di Holmes, la finta morte con un salto non dalle cascate di Reichenbach, ma da un edificio londinese, per salvare gli amici dai cecchini.
E nei vari racconti degli «irregolari» di Baker Street, s’incastrano, in montaggio alternato, tutte l’ipotesi del falso atterraggio sull’asfalto. In più Watson si è lasciato crescere i baffi e vive un rimorso omerico. E Mycroft Holmes rintraccia il fratello, barbuto e irriconoscibile, in una prigione russa, neanche fosse un film di Jason Bourne. Scompare, all’apparenza, il professore Moriarty, nemesi classica del detective, e appare Mary, morosa di Watson ed ex criminale che proprio grazie ad Holmes scopre d’essere incinta.
Nel Regno Unito il successo dei tre nuovi episodi ha reso il programma il più visto della nazione. A differenza di Elementary, girato a New York, che snatura il canone (Watson è una donna, Lucy Liu), questo Sherlock è un apocrifo di straordinario impatto narrativo, rispetta i classici e vanta una regia adrenalica. Proprio per questo suppongo che in Italia galleggerà in media classifica...

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