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Dura la vita dell'artiturista

Piove piove, il turista si commuove

E la Sindrome di Stendhal entrò nell'All Inclusive

Ancora una volta i media strombazzano la fame di arte da consumare solo nelle festività. "Hai visto Klimt?" "Non ancora, però ho visto Van Gogh e due volte Picasso". Siamo ormai al celo-celo-manca della cultura.

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La mia nuova pistola sparabolle

Ancora una volta i media strombazzano la fame di arte da consumare solo nelle festività. "Hai visto Klimt?" "Non ancora, però ho visto Van Gogh e due volte Picasso". Siamo ormai al celo-celo-manca della cultura.

Eh lo so, sono uno «snob di merda», come diceva Valentina Cortese del defunto marito in Via Montenapoleone dei Vanzina. Però è più forte di me. Disprezzo i turisti e, segnatamente, quel sottogenere di attività turistica che tanto piace ai nostri notiziari: l’assalto alla baionetta dei musei. È un mio cavallo di battaglia o forse è solo uno dei miei tanti complessi irrisolti.
Anni passati a subire insulti da compagni di classe e amici di famiglia convinti che avrei dovuto giocare a pallone invece che perdere tempo con i quaderni. Decenni in cui l’assunto popolare si riduceva all’epigramma: «l’arte è roba da froci». Mezzo secolo di visite a case abbellite da spaventose marine e pagliacci tristi. Adesso tutto è magicamente cambiato. Per l’arte si piange quando lo dice il conduttore di Sanremo, per l’arte si occupano i teatri quando lo dicono certi sfaccendati, per l’arte si viaggia quando lo dicono i media.
Nasce così l’artiturismo, simile all’agriturimo e non solo nel richiamo sonoro. Le cascine riadattate offrono una campagna plastificata, una natura di contrabbando. Nessuna ricorda quello spot di merendine in cui la famigliola era felice perché all’agriturismo non ci trovava granaglie per colazione, ma le stesse brioche Kinder che comperava al supermercato? Ottimo, l’artiturismo offre a uno stesso pubblico di mediocri un’arte plastificata, un estetismo di contrabbando.
Oltre che essere snob sono anche uno stregone. Qualche giorno fa in una via centrale di Milano ho realizzato un mio sogno acquistando, dopo lunghe contrattazioni, da un venditore pakistano una pistola sparabolle made in China. Quando premi il grilletto si illumina, emette suoni da guerre stellari e scarica una raffica di bolle di sapone. La mattina di domenica, quando ancora il tempo pareva clemente, l’ho puntata verso il cielo azzurro invocando tempeste. Sono stato accontentato. È stata una Pasqua monsonica.
Piove sui turisti in bermuda, sui loro trolley rombanti, sulle loro digitali zeppe di selfie scattati davanti agli obelischi, Ermione.
Secondo i media più hype, ovvero quelli che fomentano l’isterismo di massa, è stata una pioggia benefica che ha spinto gli italiani dentro i musei. Succedeva anche a me, molti anni fa. Quando la pioggia ci sorprendeva ai Giardini Pubblici di Porta Venezia, mia mamma ci faceva rifugiare nel Museo Civico di Storia Naturale.
Leggo sul sito del Corriere della Sera che c’è stata una «impennata alle visite ai musei. A Pompei sono arrivati 15.700 visitatori, il Colosseo ha accolto ben 23.438 persone». A rigor di logica né il Colosseo né Pompei sono dei musei. Ma nel mondo tagliato con l’accetta dell’artiturismo basta essere in presenza di cose vecchie o astruse per evocare l’idea di museo. In fondo interessa più il contenitore che il contenuto, soprattutto se fa da utile scenografia per le foto da postare sui social. Ed ecco l’artiturista cinefilo che al Colosseo posa da gladiatore, quello rockettaro che a Pompei di dà all’air guitar ricordando i Pink Floyd. C’è chi va fino a New York o Bilbao per farsi riprendere davanti ai Guggenheim locali, senza entrarci. Anche se i peggiori restano quelli che volano a Berlino per fare cucù all’obiettivo, spuntando tra le 2700 impressionanti steli di cemento dello Holocaust-Mahnmal che ricorda la strage di ebrei a opera dei nazisti.
Qualcuno nei musei ci è anche entrato facendo «code sotto la pioggia per la mostra di palazzo Chiablese con 70 capolavori di Preraffaelliti». Evviva! Il popolo ha finalmente conquistato la cultura e ora sa chi sono i Preraffaelliti. Eppure solo pochi decenni fa, Fantozzi e Filini, in un celebre racconto, invitati a una festa in costume di ricchi il cui tema era la pittura preraffaellita, si presentarono vestiti da astronauti.
Adesso invece i nostri artituristi si inzuppano le felpe Abercrombie mentre attendono pazientemente di svenire davanti alle pallide figure di quegli scansafatiche inglesi dell’Ottocento.
Suvvia, amici artituristi, un weekend nelle città d’arte dura poco e vi fa salire nella scala dell’accettazione sociale. Resistete. Ancora poche ore e potrete tornare a parlare di Juve con i colleghi in pausa pranzo.

 

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Tommaso Labranca

Tommaso Labranca

Tommaso Labranca ha pubblicato diversi libri, ha collaborato con tv e radio, scritto per alcune testate anche se adesso lo fa solo per Libero. Non trascorre i weekend nelle città medievali, non si mette in coda per visitare le grandi mostre, ha un’avversione per l’impressionismo e per i poster con i Girasoli di Van Gogh: il curriculum ideale per curare un blog sull’arte

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