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Il decreto lavoro, ultima delusione

Puntare a 10 e incassare 4, la Renzi-strategy

Elisa Calessi

Elisa Calessi

Elisa Calessi nasce a Ferrara e studia a Bologna dove si laurea in Lettere Classiche. Voleva fare la latinista, poi la vita le ha fatto incrociare una redazione. E ha scoperto che la sua passione era il presente. Inizia alla Nuova Ferrara, poi al Resto del Carlino. Nel giugno 2000 arriva a Libero, dove è assunta e partecipa alla fondazione del quotidiano. Nel 2001 arriva a Roma dove diventa cronista parlamentare. Ha lavorato per un programma su Rai Due, ne ha condotto un altro su Red Tv. Partecipa come opinionista a vari talk show politici. Soprattutto scrive di politica.
Matteo Renzi

Ormai la tattica è sperimentata. Si dice 10, si punta a 8, si incassa 6, qualche volta 5 o persino 4. E tra il 10 e il 4, si parla di innumerevoli, diverse e mirabolanti iniziative. La Renzi-strategy è un format che si ripete per ogni provvedimento o riforma. Si è rivisto nel caso del decreto lavoro, approvato alla Camera dei Deputati con un voto di fiducia su un testo peraltro decisamente cambiato rispetto all'inizio. E questo dopo che lo stesso decreto lavoro era di per sé un compromesso rispetto al jobs act. Inizialmente, infatti, la promessa - annunciata nel discorso a febbraio sulla fiducia e nella conferenza stampa con le slides - era di approvare entro marzo la riforma del lavoro. Cioè il famoso jobs act, a cui si diceva stava lavorando Marianna Madia prima di diventare ministro. Poi il grande piano di riforma si è spezzettato: subito un decreto che introduce più flessibilità, più avanti, in una legge delega (da approvare chissà quando) il riordino complessivo delle norme sul mercato del lavoro e nel senso opposto a quello decreto, visto che si va verso il contratto unico di inserimento a tutele progressive. Quello che si deve poter tradurre in inglese eccetera eccetera. Passi la contradditorietà tra decreto e legge delega. Meglio un uovo oggi che una gallina domani. Peccato che l'uovo, passato nelle forche caudine della commissione Lavoro, dove la minoranza Pd è maggioranza, è diventato un ovetto. E pure con le crepe. Alfano, in un soprassalto di orgoglio, ha puntato i piedi. Salvo mettere in chiaro che avrebbe comunque votato la fiducia.

Ma in concreto, cosa ne guadagnano i lavoratori, i precari, i giovani in cerca di lavoro? Se doveva essere una scossa immediata - così si è giustificato il fatto di rimandare la riforma e fare subito un decreto - dopo le modifiche della minoranza, difficilmente lo sarà. Se è così, non si capisce perché non si sia fatta tutta la riforma in unico disegno di legge.

Intanto il nostro "rullo compressore" sposta il tiro (mediatico) e annuncia che toglierà il segreto di stato dalle stragi. E tutti a parlare di questo, anche se gli esperti dicono che non ci saranno rivelazioni perché tanto tutti i documenti erano già in possesso delle parti che a suo tempo le hanno girato ai giornali.   

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