Cerca

Vince Teheran

Le illusioni di Obama sull'Iran e il nucleare

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Le illusioni di Obama sull'Iran e il nucleare

L’accordo preliminare tra il Gruppo dei 5+1 (Usa, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina + Germania) e l’Iran, firmato il 24 novembre scorso, dava sei mesi di tempo ai negoziatori per stilare un protocollo definitivo sull’impegno di Teheran alla rinuncia a dotarsi di armi nucleari. L’intesa provvisoria prevedeva però che una buona parte delle sanzioni economiche dell’Onu all’Iran fosse subito eliminata. La valutazione dei termini dell’accordo data da molti commentatori, ma anche da un folto gruppo di senatori e deputati americani di entrambi i partiti, era stata negativa: regalava subito il sollievo economico al regime, e in cambio non aveva che una vaga promessa che l’Iran avrebbe rallentato, ma non fermato, l’arricchimento dell’uranio durante il semestre di colloqui. Il premier Hasan Rouhani, anzi, fu lesto nell’annunciare che “è stato confermato il diritto della Repubblica Islamica dell’Iran a sviluppare il suo programma nucleare”. Naturalmente con la bugia che è “per scopi pacifici ”, mentre l’unica cosa pacifica è che la vera e la sola intenzione dell’Iran è di arrivare a costruirsi le bombe nucleari con cui armare i propri missili. Ora che si avvicina la scadenza di maggio, è assordante il silenzio della Casa Bianca sull’andamento delle trattative. Ma si capisce il perché: è evidente che finirà in un fallimento, l’ennesimo e, forse, il più grave strategicamente dei primi 5 anni e mezzo di Barack. Alla debolezza e ai cedimenti che avevano caratterizzato la conclusione del confronto a Ginevra nel novembre 2013 bisogna infatti oggi aggiungere gli eventi che hanno acuito le tensioni internazionali tra l’Ovest e i poteri autocratici dell’Est. L’invasione della Crimea e la “quasi guerra” in Ucraina hanno messo Putin in una posizione di sfida armata contro l’Occidente. E Pechino che aumenta il proprio budget militare e rivendica isole e isolette non sue nel mare della Cina ha costretto gli Usa a schierarsi, per bocca di Obama nel suo viaggio in Asia, a fianco di Giappone e Filippine, con cui l’America ha un trattato militare di protezione.

Come si può allora illudere Barack che il segretario di Stato John Kerry possa ottenere uno stop definitivo ai piani nucleari dell’Ayatollah Ali Khamenei? A quel tavolo, ora l’Iran sarà spalleggiato con ancora maggiore entusiasmo dal suo fornitore d’armi Putin e dal regime comunista cinese, sempre tradizionalmente antagonista e amico dei nemici degli Usa. Quindi, non esiste alcuno spazio realistico di mettere in un angolo Rouhani. Obama, comunque, il fiasco totale se lo è cercato: dopo la firma di novembre era montata la ribellione bipartisan nel Congresso ed era circolata la proposta di legge secondo cui le sanzioni non erano da togliere ma al contrario dovevano essere inasprite alla scadenza se non fosse stata raggiunta, nei sei mesi previsti, l’intesa per un addio formale e definitivo dei piani nucleari iraniani. L’amministrazione americana, insomma, si sarebbe seduta a Ginevra mettendo la classica pistola sul tavolo. Invece Obama ha preventivamente minacciato il veto a leggi minacciose di ritorsioni economiche, perché ciò avrebbe urtato la “sensibilità” dei vertici iraniani. Per avere una misura della “sensibilità” di Rouhani, Obama farebbe bene a leggere e rileggere la lettera dal carcere appena scritta da un oppositore politico, Emad Bahavar, seguace del Green Movement, che si era illuso della aureola da riformatore di Rouhani e lo aveva persino votato. Incarcerato per la sua fede politica, Bahavar ha ora documentato cosi’ il trattamento subito da lui e da decine di altre vittime della repressione: “Ci hanno bendato e ci hanno legato i polsi. Ci hanno fatto mettere in fila nell’ala 350 (della prigione famigerata di Evin, a Teheran, ndr), il volto verso il muro. Potevo sentire altri che piangevano per il dolore…. ci hanno picchiato severamente sulla schiena con i manganelli. Le urla e i pianti crescevano di volume”. “Forse un regime e un presidente che possono brutalizzare i dissidenti politici come routine possono mostrarsi ragionevoli al tavolo del negoziato nucleare”, ha ironizzato il Wall Street Journal. “Noi non ci conteremmo, né dovrebbe contarci l’Occidente”. La vera natura e affidabilità di Teheran emerge anche dall’ultimo discorso, il 21 marzo, di Khamenei sull’Olocausto: “In Europa nessuno osa parlare dell’Olocausto anche se non è chiara quale sia la realtà, anzi se sia mai stata una realtà, o come sia avvenuta”. Negare l’Olocausto e picchiare i dissidenti sono il bagaglio che la delegazione iraniana porta con sé nelle trattative. E sapere che la Casa Bianca ha voluto mantenere segreti i termini dettagliati dell’accordo preliminare non può che far sorgere il sospetto che ci siano clausole o intese “innominabili” tra il governo Usa e Rouhani. Quello che si vede a occhio nudo della politica estera ufficiale di Obama è che sta seguendo una linea sbagliata. E quello che non si vede non puo’ che essere peggio.

di Glauco Maggi

twitter @glaucomaggi

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

blog