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Il doppio caso

Neri ed Israele, non tutte le parole hanno conseguenze...

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Neri ed Israele, non tutte le parole hanno conseguenze...

Le parole sono pietre, ma le conseguenze su chi le pronuncia dipendono, e differiscono, da chi le dice, e soprattutto contro chi sono rivolte. Il segretario di Stato John Kerry, davanti ad una audience di leaders mondiali alla Trilateral Commission, ha sostenuto qualche giorno fa che se Israele non si sbriga a fare la pace con i palestinesi rischia di diventare “uno Stato apartheid”. Usare il termine “apartheid” collegandolo agli ebrei che vivono in Israele e’ una dichiarazione di partigianeria a favore dei palestinesi che sconfessa , in uno stile tipico soltanto del notorio anti-israeliano Jimmy Carter che titolo’ il suo libro sul tema, nel 2007, “Pace o Apartheid”, persino l’equidistanza lessicale tenuta finora da Obama sulla crisi arabo-israeliana.

Pur arrivando a chiedere il ritorno ai confini pre guerra lampo del 1967, con cio’ sbilanciandosi politicamente a favore dei musulmani e alienandosi il premier di Gerusalemme Bibi Netanyahu, il presidente Usa non era mai sceso tanto in basso nel colpire alle spalle la sola democrazia, e gli unici alleati veri che l’America ha nel mondo arabo e musulmano. In un’intervista, Obama aveva respinto l’uso della parola senza ambiguita’: “Inserire un termine come apartheid in una discussione non fa avvicinare l’obiettivo della pace. E’ emotivamente carico di significati, non e’ storicamente accurato, e non e’ quello che io penso”. Davanti a esponenti politici ed esperti internazionali americani, dei paesi dell’Europa occidentale, della Russia e del Giappone, Kerry invece, dopo aver detto che entrambe le parti si dividono la colpa per non far progredire le trattative di pace, ha fatto cadere la “bomba”: “La soluzione dei due stati si dovra’ affermare come la sola reale alternativa”, ha detto dopo aver condannato la politica di Israele degli insediamenti. “Uno stato unitario (che e’ peraltro quello che esiste da sempre NDR) finirebbe con l’essere uno Stato apertheid con cittadini di seconda classe”.

La reazione tra i politici americani e’ stata immediata. Il capo della maggioranza repubblicana Eric Cantor, che e’ ebreo, ha detto che il segretario deve chiedere scusa al popolo israeliano. La senatrice democratica della California Barbara Boxer ha twittato che “ogni dichiarazione che paragona Israele all’apartheid non ha senso ed e’ ridicola”. Il senatore repubblicano del Texas Ted Cruz ha definito Kerry “non adatto alla posizione che ricopre” e ha suggerito ‘che dovrebbe offrire a Obama le sue dimissioni“. Non succedera’ nulla, invece. Kerry ha fatto una tattica marcia indietro, usando la solita via di scampo della rettifica pelosa: “Se potessi modificare la registrazione della cassetta (quella sul convegno resa nota dal Daily Beast NDR) non userei quella parola”. Ma l’enormita’ del riferimento tradisce cio’ che veramente pensa il responsabile della politica estera di Obama degli ebrei di Israele: che i palestinesi sono vittime, e che gli altri sono gli oppressori. E piu’ grave ancora e’ l’affermazione se si pensa che nelle stesse ore le due fazioni di Al Fatah e di Hamas avevano annunciato un fronte unito dopo anni di divisioni, con Hamas ferma nella sua linea di non riconoscere il diritto di Israele di esistere.

Sono parole anche quelle di Donald Sterling, 80 anni e padrone da 33 della squadra di pallacanestro dei Los Angeles Clippers, piena di giocatori neri. In un colloquio privatissimo, e non si sa come registrato in violazione della sua privacy, con la (ex) girlfriend V.Stiviano, 31 anni, messicana nera, le ha intimato di fare pure quello che voleva con i suoi amici di colore, come Magic Johnson, ex campionissimo nero, anche portarseli a letto, ma di non metterli con lei su Instagram e di non farli andare con lei alle partite dei suoi Clippers. I due erano stati amanti per 4 anni, e qualche mese fa la moglie di Sterling aveva querelato la giovane con l’accusa di essersi fatta dare 1,8 milioni di dollari da suo marito con l’inganno. Lei sostiene che erano doni e la vicenda e’ ora oggetto di una causa legale.

Il personaggio Sterling, che non ha confermato la affidabilita’ del nastro adombrando persino che sia stato “adattato”, e’ sempre stato controverso. Ha subito due processi per aver discriminato neri e ispanici negando loro di abitare in case di sue proprieta’. Ha dato in passato un paio di finanziamenti elettorali, ma soltanto a candidati Democratici. E per una vita spesa a far giocare e a far allenare tanti neri nella sua squadra era stato premiato tempo fa dalla NAACP, la associazione per la promozione della gente di colore. Per ironia della sorte, la stessa NAACP stava per ri-premiarlo nei prossimi giorni con un “riconoscimento alla carriera”, assieme al reverendo nero Al Sharpton. Ieri, ovviamente, Leon Jenskins, capo della sezione di Los Angeles della NAACP, ha annunciato la revoca del secondo premio. Intanto la NBA, la lega delle squadre professionistiche di basketball, sta valutando come punire Sterling: sospensione? Multa? Imposizione a vendere il team? Nelle prossime ore, la mannaia cadra’ sicuramente sullo Sterling anti-nero. Perche’ ci sono parole e parole, e non tutte hanno conseguenze pratiche su chi se le fa sfuggire.

di Glauco Maggi
@GlaucoMaggi

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