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Politiche miopi

La folle spesa pubblica di Obama:
sul tetto del debito pubblico
si scatenerà la guerriglia

Barack ha vinto promettendo la luna di spese sconfinate da bilanciare con i balzelli. E lo scontro sul debito sarà più aspro di quello per il fiscal cliff

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Barack Obama

Barack Obama

La prossima settimana a Washington ci sarà la cerimonia della inaugurazione del secondo mandato di Obama. Nell’ultima conferenza che ha tenuto oggi,  a chiusura del suo primo quadriennio, il presidente ha voluto mostrare il volto duro, tra l’inflessibile e l’arrogante, con cui intenderà governare fino al 2016. Due mesi fa ha vinto alle urne, che non dovrà più affrontare, e ora ha annunciato che non sarà disposto ad alcun cedimento ai repubblicani su tutte le questioni al centro della sua agenda. “Quelli su cui ho fatto la campagna”, ha detto, alludendo alla riforma dell’immigrazione in chiave di sanatoria, all’intangibilità dei programmi di assistenza sanitaria, assistenziale e pensionistica, e alla battaglia contro le violenze da armi da fuoco, che è entrata in verità tra le sue priorità dopo il voto a causa della strage nella scuola del Connecticut. Prima di ogni altro tema, però, ha esposto la sua strategia su come superare lo scoglio del tetto al debito pubblico. Il tono contro i repubblicani è stato sprezzante.

Hanno due modi d’agire davanti, ha intimato loro in buona sostanza: o approvano il rialzo e danno al governo la possibilità di pagare i debiti e rispettare gli impegni che il Congresso ha già assunto in passato, dagli assegni delle pensioni agli interessi sui bond federali; oppure non lo approvano, portando il paese alla bancarotta non rispettando le scadenze dei titoli di stato e negando ai vecchi e ai veterani le pensioni. Prendere o lasciare, insomma, senza accettare l’idea del repubblicano Boehner, lo speaker della camera, che intende coordinare il voto per l’innalzamento del tetto del debito a un parallelo taglio di spese pubbliche per la stessa entità del rialzo. Ma è un’arroganza da campagna elettorale che il presidente non si può in realtà permettere perché la democrazia americana prevede il bilanciamento dei poteri: lo stesso elettorato che ha dato a lui la vittoria per la Casa Bianca, ha dato una larga vittoria al partito d’opposizione alla Camera. E se il presidente ha già intascato nel confronto di fine anno sul fiscal cliff  l’aumento delle tasse ai ricchi, che era una sua priorità, d’altra parte il GOP, con la maggioranza alla Camera che ha, chiede che sia rispettato l’obiettivo di riduzione del debito federale, altrettanto trasparente nel proprio programma elettorale.

Oltretutto, il tono altezzoso di Obama tenuto durante l’intera conferenza stampa odierna non ha potuto certo cancellare la clamorosa contraddizione della sua pretesa ad avere un voto positivo dagli avversari senza condizioni. Solo sei anni fa, da senatore democratico mentre Bush era presidente, Barack votò contro il rialzo del tetto del debito e disse in aula che “è un fallimento di leadership” il fatto che un governo arrivi a richiedere di aumentare la soglia. Quando un giornalista glielo ha ricordato, ha  esposto una espressione di fastidio ma non ha articolato una giustificazione convincente per la sua ipocrisia. Si è limitato a citare l’esperienza dell’estate del 2011, quando i due partiti concordarono l’intesa sui tagli automatici alle spese del welfare e del Pentagono dopo una trattativa serrata che causò all’America la storica perdita delle tre A del rating da parte di S&P. Ma la situazione era diventata drammatica 18 mesi fa perché il livello del debito federale era andato fuori controllo (dopo il superstimolo obamiano e i salvataggi a banche e imprese in crisi) e i conservatori repubblicani furono i primi a capire che andava fatto qualcosa di concreto per frenare le mani bucate di Obama. E se Bush aveva mostrato “fallimento di leadership” perché aveva fatto crescere il debito da 6 a circa 10 mila miliardi di dollari in 8 anni, come si può definire la gestione di Obama che ha fatto schizzare da 10 a quasi 16,5  mila miliardi di dollari il debito in metà del tempo?

La realtà è che per i democratici il progressivo indebitamento del paese, accompagnato dall’ingigantimento del settore pubblico di un governo sempre più grande, è al cuore della loro strategia. Obama ha vinto promettendo la luna di una spesa sconfinata da bilanciare con le tasse, e la rigidità sciorinata oggi è destinata a trasformarsi in trattativa all’avvicinarsi della scadenza dell’insolvenza, prevista in febbraio. Chiederà altri aumenti di entrate dalle tasse in cambio di riduzioni di spese fantomatiche, e lo scontro sul tetto del debito sarà ancora più aspro di quello per il fiscal cliff.     

di Glauco Maggi

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