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First Lady

La dieta di Michelle Obama? Un disastro: tutte le ragioni di un flop

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Michelle Obama

A parte l’essere saltata sul disgraziato caso delle studentesse sequestrate dai terroristi islamici nigeriani di Boko Haram con il discorso radiofonico di un paio di sabati fa, perche’ troppo ghiotta era l’occasione mediatica di far vedere al mondo in angoscia la sensibilita’ partecipe della famiglia Obama, si sa che Michelle si e’ spesa diffusamente per una sola vera causa da quando e’ alla Casa Bianca: la lotta al cibo “trattato” e ipercalorico che ha fatto diventare obesi o sovrappeso troppi bambini americani. Si e’ nominata “cuoca in capo” delle mense delle scuole pubbliche di tutto il Paese, ha stilato liste di alimenti vietati e di alimenti obbligati, e ha imposto ai distretti scolastici un menu’ caloricamente corretto che avrebbe “risolto il problema”. Intento nobile, poiche’ il problema e’ reale, ma gli effetti sono una ‘debacle”, come ha titolato la bloggista conservatrice Michelle Malkin sul New York Post del 21 maggio l’articolo in cui ha raccolto alcune esperienze illuminanti.

L’iniziativa federale centralizzata rivolta alle scuole di “educazione alla tavola” e’ partita nel 2010-2011, e consiste in sussidi pubblici per i distretti che si adeguano alla “ricetta politica”. Quindi si puo’ cominciare a analizzare le prime reazioni degli interessati, cioe’ gli studenti, le famiglie e le amministrazioni scolastiche, sul terreno dei costi e sul livello di “popolarita’” della dieta “Michelle”. In sintesi, dicono cifre e sondaggi, i distretti scolastici spendono molto piu’ di prima, e gli sprechi e gli scarti aumentano anno dopo anno perche’ i “clienti” hanno bocciato il “Ristorante Obama” e si nutrono fuori, spendendo di tasca propria.

La School Nutrition Association ha riportato che circa la meta’ delle mense scolastiche ha diminuito le entrate nel biennio 2012-2013, cioe’ ha avuto meno famiglie paganti, mentre nel 90% dei casi i costi per l’acquisto dei cibi “prescritti” sono saliti. I responsabili delle cucine delle scuole implorano una maggiore flessibilita’ e liberta’ di scelta per conciliare il bilancio economico, obiettivo salutista e i gusti dei ragazzi e delle ragazze. A Los Angeles, gia’ nel 2011, il Distretto locale “Unified School” aveva definito il piano di Michelle un “flop” e un “disastro”: i direttori parlavano gia’ allora di “sprechi massicci, con cartoni di latte nemmeno aperti e primi piatti buttati via”. Ora e’ peggio, ha scritto il Los Angeles Times: il mese scorso gli studenti della citta’ californiana gettavano “un minimo di 100 mila dollari di cibo al giorno, e probabilmente molto di piu’, per un totale di oltre 18 milioni di dollari annui”.

Del resto, la ricetta di Michelle e’ severa: richiede una dose personale di “grano duro” e una quantita’ di certi tipi di frutta e di verdura che non possono non essere messi nei vassoi del refettorio. Quando il governo pensa di poter micro-gestire qualsiasi attivita’ dell’uomo a fin di bene, anche le migliori intenzioni finiscono male. Cosi’, quando non possono ribellarsi al diktat federale che, con i sussidi economici a carico delle tasse di tutti, arriva alla aberrazione di vietare le uova sode, l’hummus, i pretzel (sorta di taralli salati popolarissimi) o il latte non-grasso se in contenitori piu’ grandi di 3,5 decilitri, i direttori dei distretti rinunciano alla sovvenzione pubblica e optano per la liberta’ di menu’. E’ quello che e’ successo in Illinois, lo stato di casa degli Obama, nel distretto 214 di Arlington Heighs: la settimana scorsa hanno votato di uscire dal programma federale, che avrebbe elargito 900 mila dollari di sussidio, e si sono ripresi la liberta’ di farsi da se’ una dieta responsabile, ma anche appetibile. Le famiglie si fidano dei dietologi con cui dialogavano gia’ regolarmente prima dell’arrivo della “cuoca dal menu’ unico” Michelle, perche’ le mense non erano fast food che avvelenavano gli scolari e che andavano “messe in riga”. Un genitore intervistato dalla stampa locale ha dato la sentenza definitiva: “Il governo non puo’ controllare tutto”.

E quanto alla First Lady, che nel 2009, entrata nella Casa Bianca, ha ricavato lo spazio per il celebre orto organico di broccoli e carote, la vocazione dirigista e salvifica per il cibo local e’ stata una conversione recente. Di alimentazione – in chiave industriale - si occupava anche prima, dal 2005, quando il marito entro’ al Senato di Washington. Lei allora trovo’ un posto da membro del board di una societa’ (la TreeHouse Foods Inc) che riforniva il gigante della distribuzione Wal Mart. Si’, la bestia nera dei sindacati amici degli Obama. Da consigliere di amministrazione per quella ditta, riporta la Malkin, Michelle ha guadagnato “45mila dollari nel 2005 e 51.200 nel 2006, oltre a 7500 opzioni della TreeHouse che valevano 72 mila dollari per ogni anno”.

di Glauco Maggi
@GlaucoMaggi

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Commenti all'articolo

  • germana80gmail.com

    23 Maggio 2014 - 08:08

    non sa più cosa fare per mettersi in mostra......meglio che coltivi l'orto, fa meno danni

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