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Obama a West Point: ecco cosa dirà il presidente

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Obama a West Point: ecco cosa dirà il presidente

"Interventista e internazionalista, ma non isolazionista o unilaterale". Non è uno scioglilingua, ma precisamente quello che un anonimo collaboratore molto vicino a Obama ha detto a Politico.com facendo la sintesi del discorso di chiusura d'anno che il presidente farà mercoledì 28 all’Accademia Militare di West Point. Che il comandante in capo tenga il solenne comizio nel college d’eccellenza a nord di New York che prepara gli ufficiali per la carriera militare è perfettamente logico. Ma l’evento, concordato chissà quanto tempo fa, sarebbe stato ugualmente programmato dopo lo scoppio dello scandalo del Veteran Affairs (VA) Department, il Ministero dei Veterani? Chissà. La realtà è che l’onore della cronaca nella stampa e in tv a proposito degli episodi di malasanità che hanno provocato una quarantina di morti tra i pazienti in divisa curati negli ospedali del sistema pubblico della VA è fatto recentissimo, e costringerà Obama a parlare alle truppe in erba con l’elefante nella cristalleria. Non potrà cioè ignorare il caso, ma molto probabilmente non annuncerà iniziative clamorose o novità, come sarebbe il licenziamento del ministro Shinseki. Terrà invece, al solito, la linea che tiene quando succede qualcosa di negativo che è totale responsabilità del suo governo. Dirà, come per il website di Obamacare, l’IRS che tiranneggia i Tea Party, la NSA che spia la Merkel e gli altri capi di Stato, Fast & Furious che ha dato armi ai cartelli della droga, e Bengazi con i terroristi islamici che gli ammazzano l’ambasciatore, "che il più arrabbiato sono io, che l’ho saputo dai giornali, che adesso sistemo tutto".

Sarà sbrigativo, ma retoricamente inappuntabile, sul destino “inaccettabile, per me”, dei soldati malati che muoiono per scarsa assistenza. E passerà al tema centrale che vuole trattare nel suo messaggio, la politica estera. Dire che non è stata finora il suo forte è un eufemismo. Dall’apertura di credito della prima ora a Putin per riscrivere i rapporti tra i due paesi è venuta fuori l’Ucraina, con la Crimea. Dalla guida da dietro in Libia è uscito un paese ingovernabile che ha prodotto Bengazi. La “linea rossa” sull’uso delle armi chimiche di Assad in Siria ha partorito la figuraccia della minaccia d’intervento Usa senza seguito, anzi con l’investitura di Putin quale garante del disarmo del suo amico dittatore. La mano tesa all’Iran per convincerlo a non fare la sua bomba atomica si è trasformata nell’accettazione che il programma di Teheran vada avanti, solo più lentamente: ma, si sa, chi va piano va lontano. In Iraq, lo smantellamento accelerato e totale della presenza dei marines di tre anni fa sta vanificando i sacrifici di vite e soldi americani e dando spazio ad Al Qaeda e ai settarismi intra-islamici.

In Afghanistan, dove Obama ha fatto domenica una visita fugace di tre ore in occasione del Memorial Day alle truppe, il piano è di chiudere tutto entro dicembre. Perché “la guerra al terrorismo è finita”, come disse Barack in un altro dei suoi storici strafalcioni di politica della sicurezza nel 2012, mentre i rapporti dello stesso Dipartimento di Stato documentano che gli attentati, i morti, e la pericolosità dei gruppi affiliati ad Al Qaeda aumentano drammaticamente anno dopo anni e si allargano al Medio Oriente e all’Africa. Con questo retaggio oggettivamente fallimentare, ma guardando avanti ai due anni e mezzo che gli restano per definire a beneficio dei posteri la sua politica, Obama ha pensato ad una formula accattivante, profonda, convincente. Del resto, anche i sassi hanno compreso dalla sua esperienza concreta nell’affrontare i problemi che per lui, innamorato della propria retorica e ancora convinto di essere il Cicerone del 2008 tanto caro ai suoi adoranti fans, un bel discorso è il sostituto dell’azione. E stavolta si è superato nella sintesi da slogan offerta dal suo collaboratore: “Interventista e internazionalista, ma non isolazionista o unilaterale”. Un concetto che si traduce così: “Obama sa che l’America dovrebbe intervenire sulle questioni spinose internazionali, ma non si ritirerà nell’isolazionismo né agirà unilateralmente”. Il mondo può scordarsi che la sola superpotenza democratica, con il ruolo e la responsabilità di guida del mondo libero, faccia il suo dovere concreto a difesa delle cause giuste, finché Obama è presidente, senza il via libera dell’Onu, cioè della Russia e della Cina che hanno il veto. Però farà anche la scena di non “isolarsi”, e starà nel gruppone, con la Grecia e tutti gli altri. “Penso che ci sia un eccezionalismo americano, cosi’ come credo che i greci si considerino eccezionali”, disse poco dopo essere entrato alla Casa Bianca per ridicolizzare i neocons. E non ha mai cambiato idea nello sminuire gli Usa.

di Glauco Maggi
twitter @glaucomaggi

 

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