Cerca

Diari d'America

Gli americani bocciano Obama: "Politica estera fallimentare"

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Gli americani bocciano Obama: "Politica estera fallimentare"

La “dottrina Obama” in politica estera e’ un disastro, e a dirlo non sono solo gli avversari politici (Dick Cheney lo ha fatto oggi in un editoriale sul WSJ, “The collapsing Obama Doctrine”) ma una solida maggioranza degli americani. Nell’ultimo sondaggio Wall Street Journal-NBC tv il 57% ha giudicato negativamente l’operato del leader democratico, con solo il 37% che apprezza come il comandante in capo stia gestendo le crisi mondiali. La stima generale verso Obama e’ ai minimi del 41%, e in politica internazionale sono i fatti di cronaca dall’Iraq a parlare, con l’ascesa delle milizie sunnite alleate ad Al Qaeda che stanno minacciando addirittura la capitale Bagdad, dopo aver riconquistato Falluja, Tikrit, Mosul e Tel Araf. La guerra che gli militari americani avevano vinto con il sacrificio di oltre 4mila soldati, eliminando Saddam e favorendo la formazione di un nuovo Iraq democratico, e’ stata di fatto riaperta da Obama che ha precipitosamente ritirato tutto il contingente Usa nel 2011. Invece di mantenere una significativa presenza di soldati che avrebbe potuto influenzare le sorti politiche interne contro la deriva settaria fomentata dalle componenti estremiste, Barack ha abbandonato l’Iraq al suo destino.

Se si pensa che l’America ha ancora quasi 60mila marines in Sud Corea, e altre decine di migliaia in Giappone e in Europa, la scelta di lasciare Bagdad anzitempo e’ prova di schizofrenia strategica autolesionista e ideologica. L’interesse degli americani, dopo l’esperienza dell’11 settembre 2001, e’ di impedire ai gruppi terroristici islamici di creare santuari in stati-canaglia da cui fa partire attacchi letali contro gli Stati Uniti e i suoi alleati. Nel prossimo futuro, l’intenzione dichiarata solennemente dal presidente ancora recentemente di ritirare tutte le truppe entro l’anno dall’Afghanistan, produrra’ in quel paese il bis del fallimento cui stiamo assistendo in Iraq. A Kabul, il governo eletto democraticamente grazie ad una guerra decennale, ancora fragilissimo, sara’ di fatto alle merce’ dei Talebani e di Al Qeada quando l’ultimo marine se ne andra’ tra pochi mesi. Forse Obama lascera’ qualche migliaio di soldati per fare da addestratori e consiglieri a Kabul, ma a scrivere il destino dell’Afghanistan sara’ l’approccio perdente di una amministrazione che ha dimostrato nei suoi primi sei anni una costante linea di appeasement. Ovunque. In Libia, dove ha inventato la teoria del “guidare da dietro” che ha portato alla debacle di Bengazi, con la morte dell’ambasciatore Usa e la consegna del paese al caos politico attuale.

In Siria, con la famigerata “linea rossa” contro Assad che gassava la sua gente, conclusasi inglorosiamente con la delega a Putin dello smantellamento dell’arsenale di armi chimiche e la rinuncia ai raid aerei strombazzati e poi abortiti. E oggi in Iraq, dove il presidente Nobel per la Pace sta “pasticciando” una terza via tra il totale disinteresse, che e’ la sua preferita opzione, e un “impegno” militare fatto di soldati rimandati a Bagdad (per ora alcune centinaia) e di missioni aeree minacciate giorni fa, ma adesso, pare, escluse fino a data da destinarsi. Il problema con Barack e’ che lui, le guerre, non le vuole mai fare. E come si fa a non essere d’accordo in linea di (illusorio) principio? Se gia’ sono in corso lui le dichiara “finite”, e per le altre che eventualmente possono spuntare qua e la’ nel mondo (Ukraina? Nord Corea? Cina?) ha in realta’ un’unica strategia, che e’ quella della diplomazia. Cioe’ delle sue parole di appello alla “comunita’ internazionale”. Obama, dalla “mano tesa all’Iran” alle sanzioni leggere contro Mosca, rifiuta di credere alle parole e gli atti degli avversari. Teheran procede con i suoi piani nucleari, e minaccia di annientare Israele? La risposta e’ un “patto” che nella sostanza garantisce ai mullahs di farsi la bomba. Putin si annette la Crimea? Importante e’ che non tenti di “mangiarsi” anche l’Ukraina orientale (e se lo fara’? Vedremo).
Una nazione democratica, e l’America lo e’ piu’ di tutte, non va alla guerra con facilita’. Ma l’America, per il suo ruolo di grande potenza libera, ha anche responsabilita’ a cui non puo’ sottrarsi. Quando rinuncia al ruolo che ha, che e’ la Dottrina Obama, mette in pericolo prima di tutto se stessa e i suoi cittadini, e insieme anche la stabilita’ e la sicurezza internazionali.

di Glauco Maggi

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

Commenti all'articolo

  • riacopini

    14 Novembre 2016 - 16:04

    Una fortunata analisi di Walter Russell Meade sulla politica estera statunitense, dimostra che essa si sviluppa tra quattro scuole di pensiero che portano il nome dei presidenti che le hanno ispirate: l’hamiltoniana, la wilsoniana, la jeffersoniana, la jacksoniana. La vittoria Donald Trump è perlopiù da iscrivere alla dottrina jacksoniana: difesa dei confini e della classe media. Roberto Iacopini

    Report

    Rispondi

  • ro-sacchi

    09 Marzo 2016 - 14:02

    è incredibile la capacità degli americani di mettere a volte delle mezze calzette come presidenti O forse è una vera prova di democrazia? Bush figlio è responsabile delle decine di migliaia di morti in Iraq. Erano molti meno con Saddam.....e adesso Hillary?

    Report

    Rispondi

  • cosimo.pompadoro@fastwebnet.it

    cosimo.pompadoro

    29 Ottobre 2014 - 09:09

    solo adesso si accorgono dell'incapacità del signor Obama? dei disastri che i loro ultimi presidenti stanno combinando?

    Report

    Rispondi

blog